LA CRISI VISTA DALLE CITTÀ DELL'INDUSTRIA/1
Non c’è giorno che passi senza interrogarsi sul futuro. Se si potrà pagare il mutuo, se si potrà dar da mangiare ai figli, se si potrà mettere in cantiere un bambino. Se si rischia la salute… È la vita delle persone che è in gioco, come ammonisce il cardinale Bagnasco, oltre che una fetta consistente di Pil nazionale. Il ruolo della Chiesa locale guidata da monsignor Filippo Santoro: ”Offrire speranza a tutti”
Una lama tagliente. La tensione è visibile sul volto degli operai dell’Ilva di Taranto. Nel cambio turno, tra le 14 e le 15, escono dallo stabilimento con la preoccupazione che tutto possa finire. Ma oggi certezze non ce ne sono. A dire il vero, sono mesi, per non dire anni, che gli operai vivono sentimenti misti: paura di perdere l’occupazione e speranza di poterla continuare in uno stabilimento risanato, dove le parole lavoro-ambiente-salute non siano in contrasto, ma in perfetta armonia. Intanto, gli occhi guardano altrove, in attesa di avere notizie certe sul futuro dello stabilimento dopo il maxi-sequestro da 8,1 miliardi al gruppo di proprietà e le conseguenti dimissioni del Consiglio di amministrazione. Tornano in mente le parole del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, alla recente assemblea generale dei vescovi italiani: "C’è da chiedersi: qual è la lama più dolorosa nella carne della gente? Quella che chiede interventi immediati ed efficaci perché ogni giorno è in gioco il giorno dopo?". Interrogativi quanto mai attuali per la situazione tarantina, dove tra i sequestri disposti dalla magistratura, il referendum cittadino per la chiusura dello stabilimento, la mancanza di applicazione delle norme previste dall’Aia (Autorizzazione integrata ambientale), l’annoso problema ambientale e quello, peggiore, della salute, si va avanti nel buio.
La tela di Penelope. "C’è una dimensione del momento presente – afferma Giulio Colecchia, segretario generale della Cisl di Puglia – che va oltre gli stereotipi. Stiamo parlando di un indotto di circa 200 imprese, con un possibile impatto occupazionale di circa 40mila persone. Gli effetti che potrebbero scaturire da una possibile chiusura di questo polo industriale sarebbero devastanti sul piano sociale, economico e produttivo. Bloccando l’Ilva, che produce milioni di tonnellate di acciaio l’anno, si fermerebbe l’intera industria italiana, l’export e così via, con ripercussioni non misurabili oggi". Per Colecchia, "il collasso vissuto in queste ore rischia di mettere fuori gioco qualsiasi prospettiva di rilancio dell’indotto. Mentre, il problema di coniugare ambiente-salute-lavoro resta lì, sul tavolo, nella sua gravità. Ma andando avanti senza prospettive non si arriverà mai ad alcuna soluzione". E gli operai? "In questo momento – dice il segretario Cisl – la preoccupazione è il dato più evidente. C’è grande sgomento tra gli operai, amplificato dal fatto che pare quasi non ci sia volontà di dare governo alla crisi. Un’immagine che può sintetizzare il tutto è la tela di Penelope, che la notte disfaceva ciò che aveva tessuto durante il giorno. Ma chi tesse a Taranto? I fili della tela sono le vite delle persone".
Le preoccupazioni degli operai. Già la vita delle persone… L’ansia per questa situazione emerge dai loro racconti. "È un momento difficile – dice Vincenzo, 50 anni, 30 nella fabbrica (chiede riservatezza sul cognome) -. Ci sentiamo sfiduciati. Da mesi non sappiamo con chi interloquire, adesso questa notizia del sequestro. Il timore è che ci possano bloccare gli stipendi. Come si fa poi? Io ho bisogno di quei soldi. Servono per mantenere la mia famiglia e per dare una mano a mia madre, che vive con una pensione ridotta all’osso e si occupa anche di mio fratello, fresco disoccupato". Carlo (anche lui chiede riservatezza sul cognome) lavora nell’area a caldo, quella che era stata sequestrata a luglio scorso dalla magistratura, perché inquinante. "Non è una fabbrica di cioccolatini, questo è evidente – dice -, ma perdere il lavoro non è possibile. Ho un mutuo sulle spalle da un paio d’anni, da quando mi sono sposato. Vorremmo un figlio ma per adesso aspettiamo. Troppa incertezza sul futuro". Storie che accomunano tutti gli operai, ai quali la Chiesa diocesana continua a essere vicina.
L’impegno della Chiesa. "Ciò che più preoccupa – afferma monsignor Filippo Santoro, arcivescovo della diocesi jonica – è proprio la condizione delle famiglie in questo tempo di crisi, perciò dobbiamo sostenere la speranza delle persone". Da qui l’invito alle Istituzioni a "fare tutto lo sforzo possibile per salvaguardare i posti di lavoro e, al tempo stesso, trovare anche una soluzione al problema dell’inquinamento". L’arcivescovo è qui da appena un anno e mezzo e si è trovato nella "fase esplosiva" di tutta la vicenda. "Sin dall’inizio – racconta – ci siamo mossi per offrire speranza a tutti". Nei mesi scorsi "abbiamo fatto una fiaccolata e una Veglia di preghiera. Abbiamo seguito costantemente tutte le varie fasi, stando vicini alle persone che vedono messo a rischio il posto di lavoro e offrendo un sostegno a tutte le associazioni che difendono la salute". Ultima iniziativa in ordine di tempo: una Commissione diocesana sulle tematiche ambientali, affidata a don Antonio Panico, direttore dell’Ufficio per la salvaguardia del creato. "L’obiettivo – spiega il responsabile – è quello di essere fucina d’idee attraverso cui sperimentare nuove azioni". Primo appuntamento: un convegno su questi temi per il prossimo autunno. "È una prospettiva – chiarisce monsignor Santoro – ma tutto dipende da una decisione presa sul futuro dell’Ilva: si vuole che continui o no? Il nostro orientamento è che a questo interrogativo sia data una risposta positiva e noi mettiamo in atto tutte le iniziative possibili per essere vicini alle persone". Con la speranza che la lama tagliente non penetri nella loro carne e nei loro cuori.