LA CRISI VISTA DALLE CITTÀ DELL'INDUSTRIA/2

Salvare Genova!” “Primo:” “non svendere

Fincantieri, Ansaldo Energia, Ansaldo Sts, Selex, Piaggio Aero, Ilva, Brignola, Esaote. Un lungo elenco di fabbriche che sono la storia recente dell’industrializzazione italiana e che hanno contribuito al miracolo economico. Gli affanni di oggi non devono indurre – come ha ammonito il cardinale Angelo Bagnasco – “a svendere i gioielli di famiglia”. “Senza una visione industriale per il sistema Paese”, dicono sindacati e imprenditori, “sarebbe un tracollo”. Le angosce dei lavoratori

La notizia è che in Germania, alla Volkswagen, crescono gli utili e l’azienda decide di aumentare i salari ai dipendenti. Purtroppo così non è in Italia. Anzi, guardando il mondo da Genova, dove si levano grida di dolore per i gravissimi problemi che riguardano le principali industrie presenti in città, rispetto alle rosee prospettive degli operai tedeschi il panorama è "nero". Nomi di industrie quali la Fincantieri, Ansaldo Energia, Ansaldo Sts, Selex, Piaggio Aero, Ilva, Brignola, Esaote, parlano di crisi, diminuzione della forza lavoro, cassa integrazione, contratti di "solidarietà", persone in mobilità. Cosa sta succedendo nel capoluogo ligure? Perché il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo della città e presidente della Cei, ha sentito il bisogno di parlare dei destini dell’industria italiana al termine dell’assemblea dei vescovi in Vaticano? Perché ha chiesto di non "svendere i gioielli di famiglia" per "fare cassa", riferendosi proprio in prima battuta alle industrie presenti nella sua città? "Il nostro arcivescovo ha ragione nel lanciare questo allarme – dice Antonio Graniero, segretario generale dell’area metropolitana di Genova per la Cisl -. Le ipotesi del gruppo Finmeccanica di dismettere tutte le partecipazioni nel settore ‘civile’, quindi vendendo aziende gioiello quali Ansaldo Energia e Ansaldo Sts, con la giustificazione che non sarebbero più ‘core business’, appaiono potenzialmente devastanti. Fanno utili, vanno bene, danno lavoro a oltre 3mila persone oltre all’indotto. Una follia".

Sarebbe un suicidio. Dello stesso avviso è il collega Antongiulio Mannoni, segretario della Cgil di Genova, secondo il quale "bene ha fatto l’arcivescovo ad attirare l’attenzione su questo problema della ‘vendita dei gioielli di famiglia’. Perché si tratta di un errore evidente che a questo punto soltanto il governo potrebbe evitare che giunga alle sue estreme conseguenze". "Genova è una città simbolica – rincara la dose Stefano Zara, imprenditore e presidente dell’Associazione industriali di Genova dal 1999 al 2004 – e rappresenta in un certo senso il prodotto della genialità produttiva e imprenditoriale del nostro paese. Stretta tra mare e monti, ha costruito nei secoli un agglomerato curioso di case che si arrampicano, una attaccata all’altra, sui monti, lasciando spazio però anche a industrie e insediamenti che hanno dato lavoro a generazioni di persone molto qualificate. A Genova le professionalità esistono ancora – sottolinea Zara – nonostante la crisi delle partecipazioni statali di cui la città è stata un curioso incubatore. L’hanno chiamata la ‘capitale’ delle industrie di Stato. Il modello genovese ha accoppiato l’economia del mare, col porto, i trasporti, gli stoccaggi, la prima trasformazione di grani, derrate, petrolio, acciaio, riversando poi nella Pianura Padana i suoi semilavorati che venivano ultimati nel triangolo industriale. Sarebbe un suicidio far sparire quel 10 per cento di industria che ancora rimane".

Non lasciare i lavoratori a piedi. Nel coro unanime di voci allarmate che si raccolgono in città, quelle dei lavoratori in cassa integrazione o che fanno "solidarietà" dentro i grandi "colossi" di un tempo, sono le più tristi. Vincenzo Trionfo, 40 anni, della Fincantieri, due figli già grandi ("Mi sono sposato presto", dice, "allora si poteva"), ringrazia il cielo di far parte di quelli che a Genova si autodefiniscono "gli sfigati di serie A": "cioè – spiega – noi abbiamo la Cig più ferie, permessi, corsi di aggiornamento, e riusciamo ad arrivare a 1000 o più euro al mese. Quelli di ‘serie B’ sono fermi a 800 euro. Come si può vivere con una cifra così, se si ha famiglia?". Ringrazia il cardinale "che si è sempre interessato" aggiunge "e ci dà qualche speranza che dalla crisi si esca prima o poi". Rocco Genco, dell’Ilva il cui destino dipende ormai da come andranno le cose a Taranto, è sconsolato: "L’azienda era stata risanata e ammodernata, eppure siamo a un quinto delle potenzialità dello stabilimento. Se salta tutto – gli fa eco il collega Carlo Graffione – non saranno solo 40mila persone a perdere il posto, ma saranno oltre 100mila compreso l’indotto. Una catastrofe sociale". Francesco Rosati del sindacato Cisl interno dice che "la magistratura deve fare il suo corso senza lasciare i dipendenti a piedi", così come Armando Palombo, della Fiom, ricorda il valore dell’accordo di programma del 2005 "che aveva previsto impegni precisi da non disattendere".

I preti amici di operai e imprenditori. Fin qui le voci dentro le aziende . E la Chiesa? Che ruolo svolge in tutto questo? Attore principale a Genova è la Fondazione Armo (Assistenza Morale Operai) della diocesi, con un drappello di una decina di preti che visitano tutte le aziende, celebrano decine di messe per Natale e Pasqua dentro le fabbriche, fanno vera assistenza morale oltre che pastorale, e diventano amici di imprenditori e dipendenti, favorendo con opportune mediazioni, accordi che altrove sono impensabili. Spiega monsignor Luigi Molinari, figura storica della pastorale del lavoro locale e direttore della Fondazione: "La situazione a Genova è emblematica della necessità di avere una visione di sistema-Paese, senza la quale si disperde un patrimonio immenso che non verrà più ricostruito". Del resto – aggiunge – "l’arcivescovo in diverse occasioni ha richiamato dal rischio di ‘accorparci con i giganti del mondo che tutto vorrebbero divorare’. Non sono parole vuote, dietro ci sono precise realtà che vorrebbero mettere le mani sui nostri ‘gioielli’". Dello stesso avviso il suo vice, don Giampiero Carzino: "Non dobbiamo far scappare la ‘testa’ delle nostre aziende migliori, non dobbiamo svendere le tecnologie. Ci vuole un colpo d’ala, anche la politica deve avere capacità di visione e di futuro".