LIBERTÀ RISTRETTE

Vietnam, tv obbligate” “a tradurre in lingua locale

Un autentico giro di vite: dalla tv alla Rete, dall’espressione del dissenso pacifico alla minima pratica religiosa, il regime sta imponendo interpretazioni restrittive del codice penale

Di recente, è entrata in vigore in Vietnam una norma che obbliga i canali stranieri – e di conseguenza le emittenti che ne trasmettono i programmi – a fornire la traduzione simultanea in lingua vietnamita di tutti i contenuti; un’operazione altamente costosa per le emittenti e difficile da attuare in tempi brevi. In realtà, la misura è un pretesto per sospendere facilmente, a parere discrezionale del regime, le trasmissioni che diffondono contenuti definiti "sensibili". Il primo canale ad adeguarsi alla nuova norma è stato la televisione satellitare K+, una joint venture tra la francese Canal+ e la compagnia televisiva di Stato, costretta a interrompere le trasmissioni ”per rispetto delle nuove normative del Ministero delle Comunicazioni’. L’emittente era solita trasmettere diversi programmi della Cnn e Bbc, la cui diffusione era già limitata a 30 minuti giornalieri, in modo da permettere alle autorità governative di controllare i contenuti dei programmi in onda. Nello Stato in cui per legge è vietata la presenza di organi di stampa privati, oggi l’unica televisione a trasmettere contenuti provenienti da altri Paesi, è la Vtv, la televisione di Stato.

La persecuzione dei blogger. Un altro settore della comunicazione preso di mira nel Paese, è quello della Rete. In un rapporto pubblicato il 13 febbraio, Il Comitato vietnamita per il diritto dell’uomo ha denunciato la repressione crescente verso i blogger, iniziata nel 2010, con il pretesto della "violazione della sicurezza nazionale". Secondo Reporters sans frontières, il Vietnam, che conta 31 milioni di internauti – un terzo della popolazione – è "la seconda prigione al mondo per i cittadini collegati alla Rete, dopo la Cina". Secondo la Federazione Internazionale per i Diritti Umani, trentadue blogger sarebbero in carcere, e molti altri subirebbero quotidianamente minacce, aggressioni, detenzioni arbitrarie, violazioni dei diritti umani. Diciassette di loro sono state condannati con l’accusa di "Propaganda contro lo Stato", prevista dal codice penale, sanzionabile con una pena massima di 20 anni di carcere. Nel dicembre del 2012, il primo ministro Nguyen Tan Dung ha ordinato agli organi di sicurezza di intensificare la lotta contro le "forze ostili" che usano la Rete per "diffondere propaganda che minaccia la sicurezza nazionale".

Repressione della libertà di espressione. Il rapporto 2012 di Amnesty International conferma che nel Paese sono gravi le restrizioni alla libertà di espressione e associazione e le repressioni dei dissidenti che criticano le politiche di governo. Tra questi, gli attivisti per la democrazia, coloro che invocano riforme o che protestano riguardo a tematiche ambientali, ai diritti sulla terra, ai diritti sindacali e ai diritti delle minoranze etniche e religiose. Le autorità si sono servite di disposizioni dalla formulazione vaga della sezione sulla sicurezza nazionale del codice penale del 1999, in particolare dell’art. 79 (mirare al "rovesciamento" dello Stato) e dell’art.88 ("condurre propaganda" contro lo Stato) per punire il dissenso pacifico.

La libertà religiosa. Insieme alla libertà d’espressione, nel Paese viene violata la libertà fondamentale, quella religiosa. Lo conferma l’edizione 2013 del Rapporto della Commissione sulla Libertà Religiosa Internazionale degli Stati Uniti (Uscifr). "Il governo vietnamita – sostiene il rapporto – continua ad espandere il proprio controllo su tutte le attività religiose e reprime individui o gruppi religiosi visti come sfide per l’autorità". L’Uscifr afferma che, mentre nelle vaste aree urbane il governo permette l’attività religiosa, in altre aree del Paese, ed in particolare nei confronti delle minoranze etniche si verificano gravi abusi, arresti e apostasie forzate. Nel rapporto si evidenzia la tensione che permane molto forte tra il Governo e la minoranza cattolica: nell’ultimo anno, molti cattolici sono stati arrestati dalle autorità per aver partecipato a veglie di preghiera pacifiche presso proprietà precedentemente intestate alla Chiesa.