LA CRISI VISTA DALLE CITTÀ DELL'INDUSTRIA/4
La disoccupazione al Sud, nel giro di 35 anni, è raddoppiata: il tasso di disoccupazione ha superato il 19% e quella giovanile è al 44,4%. Senza contare il tasso di occupazione “fuorilegge”, che nella regione è stimato intorno al 15,7%: una vera e propria “economia parallela”. Eppure, nella “desertificazione” delle aziende, si levano voci e volti che hanno voglia di reagire. I casi Fincantieri, Fiat, Unilever: tre aziende che hanno vinto la sfida di far rimanere il lavoro a Napoli
Una forbice che si allarga sempre di più, fra Nord e Sud, e di cui quest’ultimo è l’anello debole. Usa questa immagine Lina Lucci, segretaria generale della Cisl Campania, per descrivere la situazione industriale di Napoli e della regione. Sono 600 le vertenze aperte in Campania, almeno la metà riguardano crisi aziendali e occupazionali strutturali. In questi ultimi 50 anni, ci spiega Lina, "il vero errore di fondo dell’approccio alla governance per lo sviluppo del Sud è di averlo impostato legandolo solo all’intervento statale, eccessivo, in assenza totale dell’investimento privato". A Nord si è puntato soprattutto sulle infrastrutture, al Sud sullo sviluppo industriale foraggiato però esclusivamente dallo Stato: ma senza le infrastrutture, le industrie si sono delocalizzate al Nord. L’impegno della Cisl è stato quello di invertire la tendenza. Fincantieri, Fiat, Unilever: tre aziende che hanno vinto la sfida di far rimanere il lavoro a Napoli. Lo stabilimento Fincantieri di Castellammare di Stabia è uno dei più produttivi d’Italia, eppure due anni fa ha rischiato la chiusura. "Abbiamo lottato – ci racconta Luigi Rosalba, della Fim di Castellammare – e incrementando le ore di lavoro per aumentare ancora la produttività del cantiere siamo riusciti prima a prendere due commesse, per tamponare, e poi abbiamo accettato la commessa di due pattugliatori per la Guardia Costiera, noi che facciamo traghetti. Abbiamo vinto la sfida: ora in cantiere siamo 600 operai, più altri 800 lavoratori dell’indotto". E dal Quèbec è arrivata una commessa per una nave a basso impatto ambientale: la Fincantieri di Napoli sarà una delle prime aziende in Europa ad allinearsi in anticipo con lo standard del naviglio mondiale, che dal 2016 richiede questa tecnologia d’avanguardia come requisito. La Fiat di Pomigliano d’Arco, ci dice Raffaele Apetino della Fim di Napoli, nel 2010 si è trovata nelle stesse condizioni di Fincantieri: "Oggi siamo 3.400 lavoratori su 4.600, nonostante la forte latitanza della politica a tutti i livelli: territoriale, nazionale e regionale". Il caso dell’Unilever – una multinazionale che fattura 50 miliardi di euro l’anno, e a Caivano produce cialde per cornetti destinate a tutta l’Europa, dimostra come "un’azione improntata alla trasparenza e alla legalità, portata avanti dal sindacato in concertazione con l’azienda, possa impedire la dislocazione", testimonia Federico Marinaro: "Oggi siamo mille dipendenti a tempo pieno e 400 stagionali".
Tre parole e un appello. "Qualità, lavoro, legalità": queste le tre parole d’ordine per reagire al "dramma occupazionale" del Sud, che a Napoli – ci racconta Vincenzo Caputo, presidente del Gruppo giovani imprenditori dell’Unione industriali della Provincia di Napoli – conosce anche eccellenze, come il settore manifatturiero, e "creatività" nel reagire alla crisi. E proprio un accordo per premiare le dieci migliori "start up" di nuove imprese è stato siglato in questi giorni con l’Università Federico II. "Sono 200mila – ci ricorda Antonio Mattone, il primo direttore laico dell’Ufficio pastorale sociale e lavoro della diocesi di Napoli – i precari tra i 20 e i 30 anni che rischiano di non vedere rinnovato il proprio contratto, e 600 mila quelli che studiano o non lavorano". Risuona forte, così, la denuncia del cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo della città: "C’è troppa gente che vive nella miseria e che muore a causa di una povertà imposta". Di qui l’appello a chi ha responsabilità politiche e di governo per cercare soluzioni rapide e immediate di fronte al numero impressionante di persone che sempre di più si rivolge alla Caritas e alle parrocchie perché non riesce più a tirare avanti. Ce ne parla il direttore della Caritas di Napoli, don Enzo Cozzolino: "Prima era facile trovare un ‘lavoretto’ per chi ci chiedeva una soluzione al dramma della mancanza del lavoro, oggi perfino il numero delle badanti è diminuito, perché le famiglie non ce la fanno a sostenerne i costi". Eppure, aumentano i volontari che con generosità si mettono a disposizione della Caritas: giovani, ma anche professionisti come medici o avvocati. La crisi deriva anche da uno stile di vita al di sopra delle proprie entrate: così è nata l’idea dei corsi che aiutino a crearsi un "budget" familiare, come quando, una volta, si facevano le liste della spesa. Uno strumento innovativo pensato dalla diocesi, in collaborazione con l’Inps e "Italia lavoro" – informa Mattone – sono i "buoni lavoro": dei veri e propri "voucher" che vengono erogati dai parroci per "lavori di utilità per la parrocchia". Finanziati dalle offerte dei fedeli, sono in via di sperimentazione nelle parrocchie di Vomero, Colli Aminei e Scampia.