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Chi spia e perché

Paul Rosenzweig (Heritage Foundation) rivela modalità e obiettivi delle intercettazioni effettuate dall’intelligence americana – mediante il programma segreto Prism – sulla base del Patriot Act. Negli Stati Uniti si è scatenato un ruvido dibattito pubblico, che ha coinvolto la Casa Bianca. La replica: ”Siamo ancora in guerra con Al-Qaeda”. Ma crescono i dubbi nell’opinione pubblica

Con il programma top secret Prism l’intelligence americana raccoglie informazioni su telefonate, email e altre conversazioni che transitano via internet negli Stati Uniti. Questo grazie alla collaborazione tra la National Security Agency (Nsa) e aziende tech come Microsoft, Yahoo, Google e Skype. A rivelarlo, qualche giorno fa, è stata un’inchiesta del Washington Post, che ha sollevato il cosiddetto "datagate". La notizia ha suscitato un veemente dibattito pubblico in America rispetto a un sistema visto da molti cittadini americani come invasivo e fortemente lesivo della privacy. Il presidente Barack Obama ha spiegato, in sostanza, che Washington non spia illegalmente perché alcuni membri del Congresso erano a conoscenza di questo programma e le sue procedure erano periodicamente riviste dalle corti federali. Obama ritiene quindi che Prism garantisca una migliore sicurezza nazionale, specie in fatto di minacce terroristiche. Queste misure hanno per esempio consentito nel settembre 2009 di catturare Najibullah Zazi, un immigrato pakistano residente in Colorado che, come ha poi ammesso durante il processo a suo carico, era pronto a far saltare in aria pacchi bomba nella metropolitana di New York. Prism poggia le sue basi giuridiche sul Patriot Act, una legge concepita in risposta agli attacchi dell’11 settembre 2001, che irrobustisce il potere delle forze dell’ordine e di spionaggio americane (Cia, Fbi, Nsa) con l’obiettivo di ridurre il rischio di attacchi terroristici negli Stati Uniti. Per capire meglio la natura e le implicazioni di Prism, Sir ha intervistato Paul Rosenzweig, ricercatore alla Heritage Foundation (un think-tank conservatore con base a Washington) che qualche anno fa curò il libro "The Patriot Act Reader".

Signor Rosenzweig, lei che ha studiato a fondo il Patriot Act è sorpreso dal controverso programma Prism e dall’acceso dibattito che ne è scaturito?
"Francamente non molto. Siamo un Paese ancora in guerra con Al-Qaeda e i suoi affiliati. Come tale dobbiamo poter disporre di strumenti per arginare queste minacce, come la sezione 215 del Patriot Act, che sembra essere stata usata in questo caso per creare Prism. In tal senso non dobbiamo dimenticare che il Patriot Act, un mezzo molto forte per combattere il terrorismo pensato all’indomani dell’11 settembre 2001, negli anni è stato emendato più volte per venire incontro alle necessità di maggiore privacy espresse dai cittadini e dalle associazioni che difendono le libertà civili".

Quando si dice che il programma Prism consentiva di raccogliere informazioni su telefonate, email, video e altri tipi di conversazioni transitate su internet ci si riferisce ai loro contenuti integrali?
"Le misure riguardano solo quella che viene definita in gergo ‘meta-data’, ovvero il luogo da cui la telefonata è partita, l’ora della chiamata e la sua durata. Queste informazioni sono importantissime per gli analisti che tentano di mettere insieme complessi puzzle di elementi per scoprire di che cosa discutono i terroristi, con chi sono collegati, quali sono i loro network. Solo così si riesce a braccarli e arrestarli prima che commettano atti di terrorismo. Tutto questo non cozza con la Costituzione. Questo tipo di informazioni non sono protette dal quarto emendamento (il capitolo della Costituzione americana che in sostanza difende da perquisizioni, arresti e confische irragionevoli – n.d.a.). Recuperare ‘meta-data’ su larga scala da diverse fonti è un’azione legale secondo la legge americana. Almeno fino a questo momento".

Oltre ai dati relativi a cittadini non americani in chiave anti-terrorismo pare che con il programma Prism vengano raccolte informazioni anche sui cittadini americani. Come valuta questo aspetto, anche in termini politici per l’amministrazione Obama?
"In questa fase non è ancora chiaro se ci fosse il via libera anche per i dati relativi ai cittadini americani residenti negli Stati Uniti. Storicamente sia la legge sia le politiche delle amministrazioni hanno limitato la possibilità per la Nsa di frugare, per così dire, nelle conversazioni di cittadini statunitensi. Se ora qualcosa è cambiato è probabilmente frutto di qualche acrobazia giuridica che consente alla Nsa di restare entro i confini della legge, ma questo punto è ancora un po’ criptico, vedremo nei prossimi giorni. Certo è, al di là della questione della legalità in senso stretto, che questo sistema è un po’ troppo ingombrante e poco saggio. È difficile immaginare una serie di ragioni per le quali è opportuno raccogliere dati su tutte le conversazioni, sia quelle di cittadini stranieri sia quelle di statunitensi. Benché il mondo dopo l’11 settembre 2001 sia cambiato molto, sarebbe auspicabile non arrivare a eccessi di questo tipo".