IRAN AL VOTO

Paese cambiato” “tragicamente in peggio

Venerdì 14 giugno il Paese torna alle urne per scegliere il successore di Ahmadinejad. “Ciò che ci si può attendere – commenta Riccardo Redaelli, docente di geopolitica – sono dei brogli massicci per far vincere un candidato che piace ai Pasdaran. In ogni caso se il regime non oserà ripetere i brogli del 2009 forse una sorpresa potrebbe uscire”

Venerdì 14 giugno l’Iran torna alle urne per scegliere il suo nuovo presidente. Gli otto anni della presidenza di Mahmoud Ahmadinejad lasciano agli iraniani un Paese povero, in grave crisi economica alimentata dalle sanzioni internazionali, isolato a livello geopolitico, e spaccato al suo interno. Da un recentissimo rapporto sulla condizione dei lavoratori in Iran della Federazione internazionale dei diritti dell’uomo (Fidh) emerge un vertiginoso aumento della disoccupazione, un tasso d’inflazione al 31% e i prezzi dei generi alimentari saliti di oltre il 50%. Il salario minimo (circa 135 dollari al mese) non è sufficiente a compensare l’inflazione e più del 50% dei 75 milioni d’iraniani vive sotto la soglia di povertà". Un sondaggio condotto la scorsa settimana su un campione di 45mila iraniani vedrebbe il riformista Hassan Rohani favorito e la sua posizione si sarebbe rafforzata dopo che l’altro candidato riformista, Mohammad Reza Aref, ha rinunciato a correre. Oltre a Rohani, in lizza per la successione al presidente Ahmadinejad restano, tra gli altri, il consigliere diplomatico di Khamenei, Ali Akbar Velayati, il sindaco di Teheran, Mohammad Baqer Qalibaf, e l’ex-negoziatore per il nucleare Said Jalili. Sul voto in Iran il Sir ha posto alcune domande a Riccardo Redaelli, docente di geopolitica e di storia e istituzioni del mondo musulmano all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Che Iran è quello che si appresta al voto il 14 giugno?
"L’Iran oggi è un Paese cambiato tragicamente in peggio. Il bilancio della presidenza di Ahmadinejad è disastroso tranne che per i gruppi che lo appoggiavano e che in questi due mandati hanno visto rafforzarsi le loro posizioni e il controllo sulla società iraniana. Il Paese oggi è diviso ma la polarizzazione non si vede perché, mentre tempo fa le differenze trovavano rappresentanza tra i moderati, i tradizionalisti, i conservatori, oggi la brutale repressione di questi anni ha spazzato via tutto. Sono rimasti solo i conservatori e gli ultrà radicali legati ai Pasdaran, i Guardiani della rivoluzione, e al presidente Ahmadinejad. L’Iran che sta per votare è molto più dittatoriale, repressivo di quello di otto anni fa".

Nelle scelte dell’elettorato quanto peso avrà la grave crisi economica del Paese?
"Più che la crisi, credo, peserà la manipolazione dei candidati. Quelli più vicini all’ala riformista prenderanno i voti che il regime deciderà. Altro fattore che peserà sarà l’affluenza alle urne. Il regime sta facendo enormi pressioni per far andare la gente alle urne. La delusione e la protesta oggi non ha altra forma di espressione che la disaffezione".

Chi vincerà le elezioni tra i temi da trattare avrà il nucleare e l’alleato siriano…
"La cosa più evidente che emerge è che nessun candidato ha in agenda il file ‘nucleare’. A trattarlo non sarà il presidente ma i Pasdaran e uno stretto nucleo di politici, scienziati e militari che vi lavorano da anni. I candidati alla presidenza sono stati scelti anche perché non potessero mettere bocca sulla questione o peggio contraddire la politica finora adottata. L’unico che parlava di nucleare era Rafsanjani che non è stato giudicato idoneo dal Consiglio dei Guardiani e quindi non concorrerà alla presidenza. Per la sua politica nucleare l’Iran ha subito sanzioni, isolamento e perdite geopolitiche enormi. Ora cambiare sarebbe durissima".

Per ciò che riguarda la Siria, invece?
"Sulla Siria in Iran si registra molto più consenso. Il Paese di Assad è uno degli ultimi alleati dell’Iran che, dunque, non può permettersi il suo tracollo. La caduta di Assad in Siria sarebbe devastante per tutto il mondo sciita oggi in lotta con i sunniti che stanno occupando ruoli di governo in molti Paesi della regione, a cominciare dall’Egitto. Il tutto sotto lo sguardo vigile e interessato della Turchia, altra potenza regionale che sostiene i movimenti islamici sunniti".

Un recente sondaggio vede quale possibile favorito il candidato riformista Rohani. È realistico attendersi delle sorprese dalle urne?
"Rohani non è un vero riformista ma un conservatore molto moderato e pragmatico. Non credo che abbia molte chance. Ciò che ci si può attendere sono dei brogli sistematici massicci per far vincere un candidato che piace ai Pasdaran. Questo potrebbe essere l’ex-negoziatore per il nucleare Said Jalili, molto caro agli ultraradicali. Credo sia il candidato peggiore tra quelli in corsa ma anche quello con più chance. Qualche possibilità potrebbe averla il sindaco di Teheran, Mohammad Baqer Qalibaf. In ogni caso se il regime non oserà ripetere i brogli del 2009 forse una sorpresa potrebbe uscire".