SLOVENIA E UE" "

Pahor rilancia la Costituzione” “

Il presidente della repubblica balcanica chiede una Convenzione sul futuro dell’integrazione

“Auspico che venga convocata una nuova Convenzione sul futuro dell’Europa e che si giunga prossimamente all’approvazione di una Costituzione Ue”: le parole di Borut Pahor, presidente della Slovenia, spiazzano una buona parte dell’Europarlamento. Dall’emiciclo si alzano brusii, poi applausi di approvazione. Il discorso tenuto l’11 giugno nell’aula di Strasburgo ha un vago sapore federalista e le forze politiche euroscettiche sembrano infastidite da tanto ardire: “C’è ancora chi spera nella Costituzione europea?”, mormora, uscendo dall’aula, un deputato britannico, accompagnato – con cenni di sostegno – da un collega svedese. 

Risposte comuni. Intervenendo in emiciclo su invito dell’Assemblea, Pahor rilancia dunque il processo costituente che si dava per affossato. “Certe proposte – dice – possono arrivare solo dai Paesi più piccoli. Le discussioni sul futuro dell’Ue, in questo momento di crisi, non devono rimanere confinate agli ambienti accademici o a quelli politici, devono coinvolgere i cittadini”. Pahor, prossimo ai 50 anni, socialdemocratico, è presidente della Slovenia dallo scorso dicembre, dopo essere stato primo ministro dal 2008 all’inizio del 2012 e, prima ancora, eurodeputato per 4 anni. “Torno sempre volentieri in questa sede – spiega -, che è la casa della democrazia. Da qui si ha una visione diversa dell’Europa e della fase che stiamo attraversando”. Poi aggiunge: “Sono europeista. E credo che supereremo la crisi se sapremo dare risposte comuni, con il metodo della cooperazione, ai problemi che toccano le nostre economie e le nostre società. Per far questo il Trattato di Lisbona non basta più”.

I Balcani e l’Unione. Abbronzato ed elegante, in grado di parlare diverse lingue, di cultura slava e mitteleuropea, Pahor si intrattiene con i giornalisti e risponde a varie domande. “Ritengo che abbiamo bisogno di rafforzare l’integrazione comunitaria e le sue istituzioni per dare risposte alle esigenze dei nostri cittadini, che invocano lavoro, benessere, pace sociale”. La Slovenia sta attraversando un momento di difficoltà economica e il presidente non lo nega: “Anche per questo motivo serve più Europa, per affrontare le sfide che vengono poste ai nostri sistemi economici; da soli non abbiamo i mezzi per restare sulla scena globale. E questo vale per tutti gli Stati europei”. Tra poche settimane la Croazia diventerà il secondo Paese balcanico, dopo la Slovenia, a far ingresso nell’Ue: secondo lei la prospettiva europea riguarda tutta la regione balcanica? “Certamente. Il processo di allargamento – spiega Pahor a Sir Europa – ha subito un rallentamento a causa della crisi, ma ora deve riprendere. Sono molto contento che la Croazia aderisca all’Unione. Assieme alla Croazia, lanciamo un’iniziativa per una riunione informale di tutti gli Stati balcanici affinché esaminino i problemi comuni, che sono molti, per trovare una risposta congiunta e pacifica”.

Ruolo della politica. Il presidente sloveno parla di pace come del “grande obiettivo storico” dell’Unione e ritiene che il Nobel assegnato lo scorso anno all’Ue “non sia da considerare un traguardo, ma piuttosto un monito: è un impegno per tutti noi”. Poi si lascia ancora interrogare: l’ultimo conflitto europeo si è svolto proprio nei Balcani… “Sì, è vero. Abbiamo alle spalle una guerra tragica, anche per questo la prospettiva europea va assicurata a tutti gli Stati. Il metodo per risolvere i conflitti e i problemi non può che essere politico: ad esempio Slovenia e Croazia hanno superato il nodo dei confini con il dialogo e l’accordo finale”. La strada è questa e vale anche per la situazione del Kosovo nei confronti della Serbia, per il problema che oppone la Macedonia alla Grecia per via del nome da assegnare alla prima, e per le altre questioni in sospeso, eredità della guerra degli anni ’90 (basti pensare alla esplosiva realtà della Bosnia-Erzegovina). I temi economici tornano di frequente nella discussione con Pahor: “Serve una Banca centrale europea con pieni e veri poteri – afferma, puntando l’indice verso l’interlocutore -. Non è possibile, infatti, avere una banca centrale che dovrebbe governare la moneta se poi persistono 17 economie diverse, con 17 differenti politiche fiscali, finanziarie, occupazionali”.

Un futuro per i giovani. “Nel 2008 cercavamo soluzioni transitorie per la crisi che era appena arrivata in Europa – prosegue Pahor -, ma ora, a cinque anni di distanza, dovremmo aver capito che servono riforme profonde e strumenti efficaci per far fronte alla recessione, e per prevenire nuovi simili disastri”. E il pensiero corre subito al Consiglio dei capi di Stato e di governo dei 27 che, a fine giugno, dovrà proprio sciogliere i nodi dell’unione bancaria, dell’unione economica e monetaria, senza trascurare il bilancio pluriennale dal quale dipendono fondi e investimenti per rilanciare la crescita. Infine un messaggio per i giovani: “Sono i più colpiti dalla crisi, molti di loro sembrano aver perso la speranza. Per questo occorre far presto, creare investimenti, opportunità di formazione e di impiego e ricostruire la fiducia”.