IMMIGRAZIONE E DIALOGO
Presentato a Roma il Vademecum su “Religioni, Dialogo, Integrazione”. La sociologa Carmelina Chiara Canta: “L’elemento di novità è che le religioni abbiano e vogliano avere un ruolo pubblico e vogliano esercitare una funzione sociale, che le rende più disponibili al confronto tra cittadini e istituzioni, sulle questioni che interessano la convivenza”
"L’esperienza migratoria può essere letta, in senso positivo", come una grande opportunità per riconoscere nelle diverse appartenenze religiose "una forza di pace", "enormi riserve di energia e impegno" che "possono essere di grande importanza per lo sviluppo della società civile". Questa "l’ottica" con cui è stato realizzato il Vademecum "Religioni, dialogo, integrazione" presentato il 17 giugno a Roma. Uno strumento non solo di indagine statistica sulla appartenenza religiosa degli immigrati nel nostro Paese ma anche di percorsi di dialogo avviati a livello nazionale e territoriale. Il Vademecum è stato realizzato dal Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione istituito presso il Ministero dell’Interno la cui stesura è stata diretta da Paolo Naso e curata da Com Nuovi Tempi e dal Centro Studi e Ricerche Idos/Immigrazione Dossier Statistico.
I dati. Al 31 dicembre 2011, il Centro Studi ha stimato una presenza regolare complessiva di 5.011.000 cittadini stranieri. Ripartiti per macro-aree confessionali, il Dossier curato tra gli altri da Franco Pittau e Ginevra De Maio rileva come l’incidenza dei cristiani, supera la metà del totale (53,9%), per una presenza di 2,702 milioni immigrati cristiani. I musulmani rappresentano nel nostro Paese il 32,9% della popolazione immigrata regolare per un totale di 1,651 milioni di persone. I fedeli di tradizioni religiose orientali (induisti, buddhisti e altri) sono invece poco più del 5,9% per un totale di 297mila fedeli. Seguono poi 51mila immigrati riconducibili a religioni tradizionali e 310mila tra ebrei, atei/agnostici e altri. L’incidenza dunque degli immigrati cristiani, superando la metà del totale (53,9%), mostra "quanto sia improprio in Italia agitare lo spettro di una ‘invasione’ di persone di diversa religione". Negli ultimi due decenni, infatti, si è registrata una diminuzione in termini percentuali dei musulmani (cinque punti in meno) e, al contrario, quasi un corrispettivo aumento percentuale dei cristiani a seguito dei consistenti flussi determinatisi dai paesi dell’Est Europa, a forte prevalenza di cristiani ortodossi.
Il pluralismo cattivo. È il curatore della ricerca, Paolo Naso, professore di Storia, culture, religioni alla Sapienza di Roma, a distinguere tra un pluralismo "buono" ed uno "cattivo". Il pluralismo "cattivo" è quello che "si limita a prendere atto della molteplicità dei soggetti culturali e religiosi presenti ed attivi all’interno della società civile". È un pluralismo "statico" che si consolida come giustapposizione di "comunità tendenzialmente chiuse in se stesse, che hanno relazioni deboli le une con le altre e una scarsa capacità di presenza sulla scena pubblica. È il pluralismo dei ghetti, di tante banlieues e di tante periferie frammentate in comunitarismi spesso implosivi e distruttivi". È evidente che il pluralismo "buono" ha altre caratteristiche. "La prima e la più rilevante – dice Naso – è che deve essere intrinsecamente dialogico, deve cioè promuovere il confronto tra i diversi soggetti culturali e religiosi presenti nella società civile; dall’altra deve favorire la loro partecipazione al discorso pubblico, a quel particolare dialogo tra soggetti intermedi ed istituzioni tipico di ogni democrazia complessa. L’agenda di questo dialogo è molto ampia e comprende una varietà di temi educativi, sociali e culturali".
Le "buone pratiche". "L’elemento di novità, ultimo nel tempo – sottolinea nel Vademecum la sociologa Carmelina Chiara Canta -, è segnato dal fatto che le religioni abbiano e vogliano avere un ruolo pubblico e vogliano esercitare una funzione sociale, che le rende più disponibili al confronto tra cittadini e istituzioni, sulle questioni che interessano la convivenza". "Anche la società civile ha maturato l’idea che non è più possibile ignorare il pluralismo delle religioni e delle culture e che esse possano dare un contributo alla coesione sociale". A fronte allora di questa nuova consapevolezza anche nel nostro Paese sono nate in molte città iniziative e "buone pratiche" di dialogo come "Forum interreligiosi", "Tavoli Interreligiosi", "Incontri con i gentili". Si sono ormai consolidate iniziative di dialogo in date fisse come la giornata dedicata al dialogo ebraico-cristiano (17 gennaio) e la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio) ed anche alcuni appuntamenti fissi e ricorrenti: festival, convegni, seminari.