BOSNIA-ERZEGOVINA " "

Aprirsi a prospettive comuni” “

Mai più divisioni: è il recente messaggio dei leader religiosi e politici dei Balcani

A quasi vent’anni dal lungo e tragico conflitto nei Balcani, leader politici, economici e religiosi si sono incontrati dal 9 all’11 giugno a Banja Luka, in Bosnia-Erzegovina, per parlare del futuro di questo Paese e più in generale di tutta la regione, attraverso un dialogo a più voci moderato da Steve Jarding, della Jfk School of Government di Harvard. Il summit internazionale “Per la pace e la riconciliazione: un primo passo in avanti” è stato fortemente voluto da mons. Franjo Komarica, vescovo di Banja Luka e presidente della Conferenza episcopale bosniaca, che da anni è in prima linea nella lotta per il rispetto dei diritti umani di tutti i cittadini di questa terra, a prescindere dalla cultura, lingua o religione. “Riconciliazione e pace sono fondamentali per tutte le persone che vivono nei Balcani”, ha sottolineato mons. Luigi Pezzuto, Nunzio apostolico in Bosnia-Erzegovina, il quale ha anche lanciato un messaggio universale: “È importante conservare la memoria del passato, ma ancora di più camminare insieme verso il futuro”.

Verso una nuova cooperazione. Un input forte, reale e concreto, è partito da questa tre giorni a Banja Luka, reso possibile grazie al sostegno della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti, organizzatori dell’evento insieme all’Istituto Zrinski di Boston, che hanno sposato gli obiettivi perseguiti in questi anni dal vescovo Komarica. Incontri, dibattiti e workshop che hanno visto come protagonisti i leader delle religioni (cattolica, ortodossa, musulmana ed ebraica) e rappresentanti politici ed economici dell’area balcanica. Un coro unanime si è levato tra i partecipanti: basta con violenza e soprusi, sì alla cooperazione per garantire un futuro migliore a tutti i cittadini. “L’obiettivo del summit è stato proprio quello di avviare un dialogo inter-nazionale e inter-religioso tra le varie parti nell’ambito della Bosnia-Erzegovina – ha sottolineato Drazen Komarica dell’Istituto Zrinski di Boston -, ma anche per affrontare le questioni centrali di un nuovo stile di leadership per governare uno Stato moderno”.

Questione di leadership. “I politici che hanno il potere non sempre possiedono anche la leadership e una visone responsabile del futuro dei cittadini”, ha continuato Drazen Komarica. Ecco perché tra gli obiettivi di questo incontro è emersa la volontà di creare un istituto ad hoc, nella Repubblica di Srpska, “che insegni i principi alla base della leadership, della comunicazione, delle pratiche professionali, per creare candidati consapevoli e coscienziosi, che siano in grado di gestire al meglio il ruolo che sono chiamati a svolgere dai cittadini”. Una trasformazione non solo, infatti, è urgente, ma è anche necessaria perché senza riforme politiche e governative non sarà possibile avviare i negoziati per l’entrata della Bosnia-Erzegovina nell’Ue, né per intraprendere un processo di integrazione euro-atlantica.

L’economia come ponte. Dialogare, scambiare punti di vista, aprirsi a progetti e prospettive comuni, questo è stato il punto di partenza del summit. Un’iniziativa per passare dalla teoria alla pratica, per rilanciare questo territorio che anche dopo la guerra ha vissuto nella sofferenza e nel dolore. Senza integrazione, non solo non si potrà parlare veramente di pace, ma sarà impossibile anche parlare “di crescita economica”, ha sottolineato Ranko Krivokapić, presidente del Parlamento del Montenegro. E invece, “proprio l’economia potrebbe essere un importante volano per ricongiungere i popoli, perché se unendo le forze riusciremo a raggiungere dei risultati, questi porteranno a un livello di vita migliore tra i cittadini” ha dichiarato Nebojša Stefanović, presidente dell’Assemblea nazionale della Repubblica serba.

Uniti nella fede. Investire nelle persone e per le persone, questo un altro degli aspetti affrontati nell’incontro, sia per coloro che vivono in Bosnia-Erzegovina, sia per quelli che sono stati costretti a fuggire, perché possano essere messi nella condizione di far rientro nel loro Paese di origine. Proprio a loro è stato indirizzata la dichiarazione finale dei leader religiosi, nella quale è stato ricordato che “come credenti nell’unico Dio, sappiamo che nessuno ha il diritto di abusare della fede e, in nome di Dio o di una comunità religiosa, nessuno può incoraggiare l’intolleranza o incitare alla violenza verso un’altra persona”, che “è prima di tutto una creatura di Dio”. Basta, quindi, con odio e divisioni, la grave crisi morale che sta vivendo il Paese ha bisogno del contributo di tutti, come ha voluto dimostrare il summit di Banja Luka, perché solo così la guerra farà parte veramente del passato e non influenzerà più il futuro di questa terra.