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Il richiamo della ”Ecclesia in Europa” si unisce alle parole di papa Francesco
Lo scorso 15 giugno Papa Francesco ha ricevuto in Vaticano José Manuel Durão Barroso, presidente della Commissione europea e, secondo il comunicato stampa ufficiale, una parte importante della conversazione è stata dedicata alla situazione del processo d’integrazione europea e alla persistente crisi economica, che sta producendo drammatiche conseguenze nelle famiglie per la disoccupazione, specialmente dei più giovani, oltre a notevoli tagli di spesa nelle politiche sociali in alcuni Paesi dell’Eurozona, con tutto ciò che comporta in termini d’instabilità sociale e disperazione nei cittadini.
Le due autorità hanno anche parlato del contributo positivo che la Chiesa cattolica può offrire in questa difficile situazione, aiutando gli strati sociali più svantaggiati e promuovendo i valori morali in vista del superamento della crisi economica e sociale.
I pastori della Chiesa in Europa non si sono mai stancati di segnalare in questi anni che, oltre ai fattori politici, finanziari e lavorativi, nella situazione che attraversa l’Europa sono presenti anche carenze meta-economiche di cui non si è tenuto conto nel momento di affrontare adeguatamente i problemi economici e sociali e, in generale, la costruzione europea. A questa situazione corrisponde un deficit che non si riflette nei bilanci finanziari né nelle graduatorie di solvenza economica usate nei mercati, ma è di natura spirituale e “politica” nel senso più autentico. Non è una questione “tecnica”, di gestione amministrativa o economica, ma soprattutto di principi, di senso.
A questa diagnosi ha offerto il suo contributo Papa Francesco, quando recentemente sottolineava ad alcuni nuovi ambasciatori accreditati presso la Santa Sede che “la crisi finanziaria che stiamo attraversando rischia di farci dimenticare la sua prima origine, le cui radici affondano in una profonda crisi antropologica: la negazione del primato dell’uomo! Abbiamo creato nuovi idoli. L’adorazione dell’antico vitello d’oro (cfr Es 32,15-34) ha trovato una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro e nella dittatura dell’economia senza un volto né uno scopo realmente umano. (…) Dietro questo atteggiamento si nasconde il rifiuto dell’etica, il rifiuto di Dio. (…) Dio è considerato da questi finanzieri, economisti e politici, come un Dio non gestibile, addirittura pericoloso, perché chiama l’uomo alla sua piena realizzazione e all’indipendenza da ogni genere di schiavitù. L’etica – un’etica non ideologica, naturalmente – permette, a mio parere, di creare un equilibrio e un ordine sociale più umani” (discorso del 16 maggio 2013).
L’insistenza nel manifestare le radici cristiane dell’identità europea e le proposte dei valori che questa identità porta con sé per la costruzione della “casa comune” non è qualcosa di nuovo, ma viene da lontano e ha visto una delle sue formulazioni più complete nell’Esortazione apostolica del Beato Giovanni Paolo II “Ecclesia in Europa”, della quale si celebrerà alla fine di giugno il decimo anniversario.
In quel documento, frutto della II Assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per l’Europa, si propone qualcosa che continua a essere oggi più necessario che mai: il Vangelo della speranza che, partendo dalla conversione, ravvivi nel Vecchio Continente la testimonianza dei cristiani. Questo esige, oltre a un chiaro rafforzamento e manifestazione della propria identità cristiana, una maggiore presa di coscienza evangelizzatrice che promuova ancora di più una presenza coerente dei cattolici in tutti gli ambiti, da quello personale e familiare allo spazio pubblico e sociale: “Non solo i cristiani possono unirsi a tutti gli uomini di buona volontà per lavorare alla costruzione di questo grande progetto, ma sono anche invitati a esserne in qualche modo l’anima, mostrando il vero senso dell’organizzazione della città terrena” (n.116).
È la stessa cosa che ha indicato Papa Francesco la settimana scorsa ad un gruppo di parlamentari francesi quando ha sottolineato che “la Chiesa desidera così offrire il proprio contributo specifico su questioni profonde che impegnano una visione più completa della persona e del suo destino, della società e del suo destino. Questo contributo non si situa solamente nell’ambito antropologico o sociale, ma anche negli ambiti politico, economico e culturale” (discorso del 15 giugno 2013).
Questo contributo, tuttavia, sarà efficace, come è successo alle origini dell’Unione europea con politici cattolici come Konrad Adenauer, Alcide de Gasperi e Robert Schuman, soltanto se si supera il pregiudizio attuale secondo cui l’intervento delle persone nello spazio pubblico, dove si progettano e si decidono tanto la politica come le grandi questioni economiche e sociali, deve essere “asettico” e privo di ogni dimensione trascendente o religiosa.
Molti, partendo da un “dogmatismo laicista”, non capiscono che la legittima autonomia dell’ordine temporale, voluta anche dai cristiani, non può mai significare prescindere da un retto ordine morale e dalle vere esigenze della natura umana. Per questo non sono molto favorevoli a consentire ai cattolici una voce coerente con la loro fede nelle questioni pubbliche, nella programmazione della vita sociale e culturale. Credenze religiose che, d’altra parte, ci piaccia o meno, si collocano alle radici più feconde della storia come segni dell’identità dell’Europa e hanno informato il suo cammino civilizzatore nel corso della storia.
La colpa di questa emarginazione effettiva del fatto religioso cattolico nella costruzione europea, però, non va individuata solo negli “altri”, ma anche nelle proprie fila: nell’atteggiamento di molti cattolici che, complessati davanti a queste rigidità ideologiche e politiche, preferiscono rimanere all’interno di una religione molto privata e comoda, al punto che non osano imporla neppure a se stessi e intendono il suo sviluppo e la sua crescita soltanto nel contesto dell’organizzazione interna della Chiesa, e non nella trasformazione benefica della società mediante un esercizio coerente dell’attività politica.
Oggi, forse più che mai, è necessario che i cristiani vivano la fede, a livello personale e comunitario, con coerenza responsabile e gioiosa, per strada, nella vita economica e sociale, in politica, in famiglia e con gli amici, nella cultura e nell’arte, sul lavoro e nei momenti ricreativi. Vivere una religiosità profonda e contemporaneamente impegnata per costruire un mondo migliore e più giusto; difendere e proporre, specialmente nei temi oggi più discussi, la vera dignità dell’essere umano, che trova vera luce soltanto nel mistero di Gesù Cristo, il Verbo Incarnato, come ci ricorda il Concilio Vaticano II (cfr GS 22).
Soltanto così sarà possibile una vera speranza che superi il pessimismo europeo attuale aggravato dalla crisi economica e permetta di costruire la “casa comune”. Come sottolinea “Ecclesia in Europa”, il nostro Continente “ha bisogno di una dimensione religiosa. Per essere ‘nuova’, analogamente a ciò che viene detto per la ‘città nuova’ dell’Apocalisse (cfr 21,2), essa deve lasciarsi raggiungere dall’azione di Dio. La speranza di costruire un mondo più giusto e più degno dell’uomo, infatti, non può prescindere dalla consapevolezza che a nulla varrebbero gli sforzi umani, se non fossero accompagnati dal sostegno divino, perché ‘se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori’ (Sal 127[126],1)” (n.116). Unicamente in questo modo, come dice il Vangelo, si può costruire sulla roccia e non sulla sabbia (cfr Mt 7,21-29).