CONSIGLIO EUROPEO

Che fine ha fatto la “dimensione sociale”?

Il francese Henri Malosse, presidente del Cese, appare scettico sugli esiti del summit dei capi di Stato e di governo Ue del 27-28 giugno. Manca, a suo avviso, la volontà politica di costruire risposte comuni alla crisi economica e occupazionale. Vedi il caso del budget pluriennale, riformulato a causa delle pressioni degli Stati più forti

"Molto francamente? Non mi attendo niente da questo summit". Henri Malosse, presidente del Comitato economico e sociale dell’Unione europea (Cese), appare rassegnato di fronte a un ennesimo incontro dei 28 capi di Stato e di Governo che "si ritrovano per poche ore, con un documento conclusivo già scritto, e non assumono quelle decisioni" sempre più urgenti e necessarie "per contrastare la crisi e la disoccupazione dilagante". All’ottavo piano del Cese, l’ufficio di Malosse guarda in faccia la sede del Consiglio europeo, a due passi dalla Commissione e dall’Europarlamento. Da pochi mesi è alla guida dell’organismo consultivo comunitario che rappresenta la società civile, le imprese, i lavoratori, l’associazionismo, le ong. "Noi crediamo nel nostro ruolo – spiega a Sir Europa, mentre già le auto dei leader nazionali sfrecciano verso il palazzo Justus Lipsius, dove si svolge il summit del 27 e 28 giugno -, inteso a dar voce ai cittadini europei. Ma mi chiedo se i governanti ascoltano queste voci".

Presidente, facciamo un passo indietro. Lei è originario della Corsica, è conosciuto per il suo impegno nell’ambito della Camera di commercio francese, è stato, qui al Cese, presidente del gruppo dei datori di lavoro. Ha una lunga esperienza nelle sedi europee. Assumendo, lo scorso aprile, il ruolo guida del Comitato economico e sociale si è definito come un europeo impegnato e convinto, che sta in Europa "non per carriera, ma per passione". Cosa significa tutto ciò?
"Ho semplicemente espresso le mie convinzioni di europeista. Mi considero un ‘prodotto’ della riconciliazione franco-tedesca, ho studiato a fondo la comunità europea fin dall’università, ho conosciuto Lech Walesa quando nasceva Solidarnosc: ho compreso in questo modo il valore della pacificazione continentale, della libertà, di una grande Europa riunita dopo la caduta della Cortina di ferro. Credo anche di avere tre identità ben amalgamate fra loro: in Corsica ho le mie radici; sono francese per educazione, lingua, cultura: sono europeo per vocazione. Da qui il mio impegno per l’integrazione europea".

Eppure lei appare piuttosto dubbioso sul percorso che sta seguendo l’Ue. Ci sono delle colpe? Da parte di chi?
"Più che altro vedo del bricolage, non una linea politica decisa. Sia chiaro: i governi dei Paesi membri vengono a Bruxelles per sostenere i propri interessi, è normale… Ma se le istituzioni comunitarie si piegano a tali interessi, allora l’Europa non si costruisce più. Mi riferisco, ad esempio, alla debolezza dell’attuale Commissione europea: noto poco coraggio, poca coerenza nell’azione. Manca la capacità di proporre agli Stati una vera via d’uscita dalla crisi".

Facciamo un esempio?
"D’accordo. Sul Quadro finanziario pluriennale 2014-2020 la Commissione aveva avanzato una proposta iniziale davvero interessante, sia per la cifra totale che per la ripartizione dei fondi rispetto alle politiche comuni. Poi gli Stati, dalla Germania al Regno Unito, seguiti da altri governi, hanno obiettato che il budget pluriennale andava ridotto. Il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, ha riformulato le cifre e il bilancio è stato tagliato. La Commissione a quel punto ha accettato i tagli. Non va bene così! La Commissione non può essere il segretariato del Consiglio. Commissione e Parlamento devono invece procedere insieme per sostenere l’interesse europeo, invece subiscono la pressione dei governi nazionali".

Il Cese ha sottolineato con convinzione nella fase pre-summit la "dimensione sociale" della crisi, che doveva essere anche un elemento centrale di questo Consiglio europeo, dove si parlerà di disoccupazione, soprattutto giovanile, di credito alle imprese, di unione bancaria. Se potesse formulare alcune priorità per rilanciare l’Ue, da dove partirebbe?
"Ne segnalo alcune. Direi sì all’unione bancaria, ma con un profilo ben più netto e radicale di quanto invece va profilandosi; punterei a un aumento considerevole del Fondo sociale europeo, dal quale passano, ad esempio, educazione e formazione professionale; metterei tra parentesi la politica di concorrenza, le cui regole oggi come oggi impediscono agli Stati di sostenere le imprese in un momento di grande difficoltà. Inoltre mi pare che occorrano più "campioni europei", come accaduto per Airbus, favorendo le sinergie tra le grandi imprese per una maggiore capacità concorrenziale sui mercati mondiali. Quindi rivedrei la direttiva sui servizi, la cosiddetta Bolkestein, che sta creando seri problemi di dumping sociale. Non da ultimo: serve una nuova visione politica dell’Europa, più forte, coesa e vicina ai cittadini, in grado di interpretarne bisogni e attese".

Inviterebbe i cittadini ad andare a votare alle elezioni dell’Europarlamento del prossimo anno?
"Sicuramente sì, ma direi ai cittadini di essere esigenti verso i candidati che voteranno, perché avranno la responsabilità di incidere sul futuro dell’Unione europea".