ECCLESIA IN EUROPA
Monsignor Aldo Giordano, osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa, ripercorre i passi dell’esortazione post-sinodale di Giovanni Paolo II. Oltre a confermare la validità delle indicazioni del 2003, registra un deficit sul fronte della comunione, non solo ecclesiale
Quando il 29 giugno 2003 veniva pubblicata la "Ecclesia in Europa", monsignor Aldo Giordano era segretario generale del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee). Oggi è osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa. Sir Europa gli ha posto alcune domande sull’accoglienza dell’Esortazione apostolica post-sinodale di Giovanni Paolo II e sulle prospettive che il documento indicava e ancor oggi indica al cammino europeo.
Che clima si respirava all’uscita di questo documento?
"L’Esortazione apostolica è stata considerata un testo programmatico, con le radici in un evento di collegialità vissuto proprio alla vigilia del Grande giubileo del 2000, a cui ho avuto la gioia di partecipare: il Sinodo dei vescovi dell’ottobre 1999 ‘Gesù Cristo vivente nella sua Chiesa, sorgente di speranza per l’Europa’. Ricordo con emozione Giovanni Paolo II aprire le giornate d’incontro con un momento di preghiera e, dopo il lungo e profondo ascolto degli interventi, concluderle spesso con una battuta simpatica. L’Europa che si era scrollata di dosso il giogo dei regimi totalitari comunisti e la dolorosa cortina di ferro tra Occidente e Oriente, anziché entrare nella ‘terra promessa’ era caduta nel deserto della guerra fratricida dei Balcani e della delusione dei Paesi dell’Est nel nuovo sistema economico liberista. La storia non sembrava mantenere le promesse e all’orizzonte appariva ineludibile il confronto dell’Europa con la globalizzazione e la conseguente domanda sulla propria identità. Poi uno shock storico: l’attentato terroristico dell’11 settembre 2001. Forse il fatto che il testo si sia fatto attendere a lungo e sia stato pubblicato a quasi quattro anni dal Sinodo è anche un segno del travaglio storico del momento".
Quali semi sparsi con "Ecclesia in Europa" stanno oggi crescendo nel nostro Continente?
"Mi piace che si parli di semi, perché questa è la logica del Vangelo. Se si semina un buon seme, esso diventerà un grande albero. L’albero che mi sembra crescere è quello della coscienza del primato dell’evangelizzazione, della fede, della Parola di Dio, della spiritualità, della liturgia. Penso al magistero di Benedetto XVI che ha voluto riconcentrare la Chiesa sulla realtà della fede in Gesù, dialogando con la cultura contemporanea. In ‘Ecclesia in Europa’ ben 11 pagine sono dedicate alla liturgia e vedo una riscoperta della liturgia, dei riti sacramentali, specie dell’Eucaristia. Si diffonde una nuova sensibilità per gli spazi d’incontro con Dio e di preghiera. C’è una nuova attesa di spiritualità e di testimoni capaci di tralucere la trascendenza. L’Europa sembra uscire dalla posizione illusoria e piuttosto arrogante di salvarsi da sola e riprendere il coraggio di mettersi in cammino e in ricerca di verità, di bellezza e di bene".
Quali sono, invece, i punti dell’Esortazione rimasti inascoltati?
"Il capitolo ancora parecchio disatteso è quello della comunione. L’Esortazione in quasi ogni pagina parla della comunione e dell’unità, forse per la coscienza che essa è una perla rara. Conosciamo le ferite sperimentate dalla Chiesa cattolica per le divisioni al proprio interno. Nell’ambito ecumenico fatichiamo ad avere una voce comune e non s’intravede una chiara volontà verso l’unità visibile. Il dialogo tra le religioni è molto complicato dalle manipolazioni politiche e ideologiche. Anche il cammino di unificazione economica e politica del Continente è oggi letto con la categoria della crisi. Nel contesto globale c’è l’interrogativo sulla capacità dell’Europa di assumersi la responsabilità della solidarietà, della pace, della giustizia per le altre regioni della terra. Sarebbe lungo l’elenco degli ambiti che attendono il segreto della comunione. Giovanni Paolo II dedica cinque pagine alla famiglia e rivolge un grande incoraggiamento anche alla comunione tra i sacerdoti. Segnali chiari indicano che il Pontificato di Francesco è all’insegna di quella comunione portata da Cristo sulla terra".
Oggi, parlare di speranza è ancora più urgente, ma molto più difficile. Come ridare speranza agli europei?
"Il punto è il Cristo. Come san Giovanni nell’Apocalisse incoraggiò la Chiesa sofferente a restare salda nella fede in Cristo Gesù, così oggi la Chiesa non deve perdere la speranza in Gesù Cristo, nel fatto che il seme del Vangelo è vivo nella nostra Europa. Giovanni Paolo II ha domandato ai cristiani di contribuire per non chiudere il cielo dell’Europa nei puri confini del terrestre e del mortale, che finalmente coincide con il non senso. Occorre lasciare il cielo aperto per una trascendenza e un mondo di valori che sono la via per disinnescare l’odio e per realizzare pienamente la persona umana".