CHIESE EUROPEE
A Budapest la XIV Assemblea generale della Kek
230 delegati di 115 Chiese diverse (anglicane, ortodosse, evangeliche e vetero-cattoliche) di tutta Europa, a Budapest dal 3 all’8 luglio. L’appuntamento è per la XIV Assemblea generale della Conferenza delle chiese europee (Kek). Hanno un compito estremamente difficile. Saranno chiamati a ridisegnare l’organismo ecumenico europeo che ha sede a Ginevra e che insieme alle Chiese cattoliche d’Europa è stata protagonista nella storia delle grandi Assemblee ecumeniche di Basilea, Graz e Sibiu. Ora la Kek si trova ad un bivio importante. Dovrà prendere a Budapest decisioni che alcuni definiscono “costituenti”. Due le priorità: la prima è quella di dare avvio ad una radicale ristrutturazione organica della Conferenza imposta da una severa spending review finanziaria che si è abbattuta su molte Chiese che ne fanno parte. L’altra è quella di analizzare e quindi rispondere alle nuove sfide che l’Europa pone a ritmo serrato alle Chiese. “E ora, cosa aspetti? La Kek e la sua missione in un’Europa che cambia”: questo il tema dell’incontro. I delegati discuteranno il documento “Uppsala Report” in cui è contenuta una proposta di riforma statutaria della Kek e delle sue commissioni preparato da un gruppo di esperti nominati ad hoc e fatto proprio dal Comitato centrale della Kek. Di supporto al documento è stata di recente pubblicata una riflessione del segretario generale della Kek, il pastore Guy Liagre, dal titolo “Cec: Quo vadis?”. Lo abbiamo intervistato per capire che cosa sta succedendo nel variegato mondo dell’ecumenismo europeo vissuto nella Kek, partner storico della Chiesa cattolica per il dialogo e la missione cristiana in Europa.
Quali sono le sfide europee che più interrogano?
“Le sfide sono tante. Nel passato si lavorava in un’Europa bipolare, con un mondo cosiddetto occidentale e capitalista ed un mondo orientale e comunista. Nel 1989, con la caduta del muro di Berlino, altre bipolarità si sono affacciate nel nostro continente dando vita ad un multipolarismo. Prendiamo per esempio la politica: mentre in passato le decisioni venivano prese da un sistema democratico in cui erano dominanti 3 o 4 partiti, oggi emergono nel dibattito e nel processo decisionale una pluralità di soggetti che non necessariamente hanno origine partitica. Sono spesso reti autogestite dai cittadini. L’Europa poi si sta confrontando con una crisi economica che sta generando nuove bipolarità come quella tra i paesi del Nord come Olanda e Germania e paesi dell’area mediterranea come Cipro e Grecia. I modelli sociali che hanno garantito fino a qualche anno fa una copertura sociale oggi sembrano vacillare. E la difficoltà di accedere al mercato di lavoro, rende ancora più difficile l’accesso alle garanzie sociali. Una delle più grandi preoccupazioni delle Chiese è che c’è un’intera generazione di giovani dai 25 ai 35 anni che è totalmente tagliata fuori dai circuiti della occupazione”.
Questa situazione cosa richiede alle Chiese?
“Questa generalizzata insicurezza sociale e politica degenera spesso in estremismi, in molti casi aumentano le intolleranze. Piccole violenze urbane scoppiano spesso nelle strade delle città, in particolare nelle periferie. Credo che il ruolo delle Chiese sia destinata a diventare nel tempo sempre più cruciale come fattori insieme ad altre istituzioni e organismi della società civile di mediazione e pacificazione sociale”.
Quali sono invece le sfide che la nuova Europa pone alle Chiese?
“Se si guarda alle Chiese, bisogna dire che l’ambiente in cui si trovano oggi a vivere, è diventato sempre più secolarizzato e diffidente nei confronti delle Chiese. Il secolarismo sembra in alcuni contesti divenire una sorta di ateismo militante, di politica di Stato sotto la mal celata convinzione che la religione sia qualcosa che deve essere vissuta nel privato. Ciò non significa assolutamente che bisogna tornare indietro sui temi della laicità ma noi sottolineiamo che le Chiese e il messaggio evangelico hanno e vogliono avere un impatto sulla società e ciò implica anche il diritto di tradurre in termini politici, economici o sociali i valori in cui cristiani credono”.
Ma le Chiese sono all’altezza dei tempi?
“Lo devono essere, anche se non è facile. E lo possono essere solo se guardano con realismo a se stesse, alla situazione geopolitica attuale ma anche alle tensioni che stanno tuttora emergendo a diversi livelli, tra le Chiese e la società, tra le Chiese ortodosse e tra le Chiese ortodosse e quelle protestanti. Bisogna ammettere che è diventato sempre più difficile prendere spesso delle posizioni comuni dal punto di vista sociale e soprattutto etico”.
Alcuni affermano che dopo la terza Assemblea ecumenica di Sibiu, l’ecumenismo europeo è morto. Anche lei è così pessimista?
“Non sono né pessimista né ottimista. Mi definirei piuttosto un realista ottimista. Ho imparato che ci sono evoluzioni che vanno accettate ed evoluzioni che invece vanno cambiate. Evidentemente la situazione attuale fa emergere un dato di fatto e cioè che non ci sono più grandi visioni e grandi progetti comuni. Penso allora che bisogna riconfigurarci nel mondo ecumenico sapendo che le antiche preoccupazioni non sono più quelle di oggi e che ci sono nuove attese alle quali rispondere perché possono aprire strade di collaborazione diverse. Mi immagino per esempio la possibilità di lavorare su obiettivi mirati e concreti, sulle tematiche dei diritti umani, per esempio. Sebbene con questo non voglio dire che non si debba continuare il dialogo su altri livelli”.
Come ne uscirà la Kek da Budapest?
“L’Assemblea della Kek si è posta come obiettivo una riconfigurazione dell’organizzazione di natura sia contenutistica sia strutturale per garantire negli anni a venire la durabilità dell’organizzazione e il finanziamento dell’organizzazione perché una delle situazioni più gravi che la Kek sta affrontando è il fatto che molte Chiese sono sotto pressione finanziaria”.