COMECE
Si è conclusa la Settimana della speranza per l’Europa
Uomini di preghiera e di riconciliazione vissuta anche a costo della vita, uomini della speranza in terre solcate da violenze ed ostilità, uomini che hanno creduto nella fraternità anche nell’orrore dei campi di concentramento. Sono i volti dei cristiani che hanno costruito con coraggio la storia dell’Europa. Sono i volti che oggi i vescovi della Comunità europea ripropongono agli uomini e alle donne di questo continente, alle prese con un periodo di crisi che sta svuotando di significato e di senso i sogni e le attese degli europei. Si è conclusa il 27 giugno la Settimana della speranza, iniziativa promossa a Bruxelles dalla Commissione degli episcopati della Comunità europea che così ha voluto celebrare, nell’Anno della cittadinanza europea, i 10 anni della esortazione apostolica di Giovanni Paolo II “Ecclesia in Europa”. 4 giorni di incontri, dibattiti, momenti di preghiera sulla scia di grandi figure di santi e martiri, che hanno fatto la storia di questo continente. Il prete siciliano don Pino Puglisi ucciso dalla mafia, i monaci di Tibhirine trucidati dai gruppi di terroristi islamici e il vescovo francese monsignor Gabriel Piguet che ha ordinato sacerdote il giovane diacono tedesco Karl Leisner nel campo di concentramento di Dachau. Un vero e proprio pellegrinaggio nel cuore dell’Europa alla ricerca dei segni di speranza seminati dalla presenza cristiana in questo continente.
Il pericolo dell’oblio. Monsignor Hippolyte Simon, arcivescovo di Clermont, è del parere che “bisogna far conoscere le figure e le vite di persone che hanno saputo tessere legami profondi tra i popoli europei anche in tempi di guerra, anche quando l’odio solcava gli animi e divideva le nazioni”. Bisogna far vedere che l’umanità anche oggi mira ad essere ciò che è e cioè “una sola famiglia”. Ciò che preoccupa oggi è l’oblio, è dimenticare che l’Europa si fonda su un “patto di perdono e di riconciliazione” che le ha permesso un lungo periodo di pace e di prosperità.
L’apertura all’alterità. In un’Europa attraversata da radicalismi e da idee che per esprimersi hanno bisogno di esasperare i toni, parlare di perdono, di ascolto e di dialogo sembra un’utopia. E di un mese fa l’uccisione a colpi di machete di un soldato britannico per mani di due giovani nigeriani al grido “Allah Akbar”. È successo nel quartiere di Woolwich, a sud est di Londra. “L’esempio dei monaci di Tibhirine – osserva Christian Salenson, dell’Istituto cattolico del Mediterraneo di Marsiglia – è interessante perché non sono stati uomini di dialogo in contesti facili. Erano in Algeria, consapevoli dei rischi che correvano e nonostante tutto hanno avuto la forza dell’amore per questa terra. Il dialogo non si fa quindi nelle situazioni ideali dove tutto va bene e tutti sono d’accordo. Il dialogo si gioca nella vita così com’è con i suoi problemi e i suoi conflitti”. Se l’oblio del passato è un rischio, la perdita di fiducia nell’altro è un vero pericolo. “Perdere la fiducia nell’altro – incalza il professore di Marsiglia – significa perdere se stessi. Solo l’apertura alla alterità ci permette di trovare noi stessi. Ogni chiusura verso l’altro è una chiusura verso se stessi”. Ma la violenza in Europa non è solo quella urbana, che uccide. È anche quella che si consuma tra le relazioni umane. “I nostri comportamenti – dice suor Philippa Rath, religiosa benedettina – sono spesso improntati alla violenza, alla brutalità ma in fondo al cuore gli uomini anelano ad un’altra umanità”. A suor Philippa la Comece ha affidato il compito di parlare a Bruxelles della figura e della teologia di Santa Ildegarda di Bingen al cui centro c’è la misericordia. “La misericordia cambia il mondo, è la precondizione per una vera umanità, per perdonare gli errori degli altri, per vivere nella empatia, è forza elementare che genera vita nuova”.
La fiducia nell’altro. Credere che ogni popolo dell’Europa ha qualcosa di unico da donare. Credere nell’altro. È questa la chiave di volta che può condurre l’Europa a vivere il suo futuro con speranza. E se la violenza fa ancora presa sui giovani, la crisi economica non ne è la causa, ne è solo il contesto. La causa va ricercata più in profondità. È monsignor Christoph Hegge, vescovo ausiliare di Münster, a indicare la via, a invitare a “ritornare alle fondamenta dell’esistenza umana che per noi è l’esistenza di una vita che abbiamo ricevuto come dono da Dio. In questa luce ciascuno può diventare un dono per l’altro perché immensamente amato da Dio, ed è un dono anche nella diversità delle nazioni e delle culture a cui appartiene. L’altro è una ricchezza che se accolta diventa anche mia”.