CAOS POLITICO/2

Manifestazioni storicheMa l’Egitto non è diviso in due

In oltre 17 milioni hanno risposto all’appello di “Tamarod” per chiedere le dimissioni del presidente Morsi e nuove elezioni. Ora si attende lo scadere dell’ultimatum: Morsi dovrà dimettersi entro le 17 (ora locale) del 2 luglio. Per padre Rafiq Greiche, portavoce dei vescovi copto-cattolici, “l’Egitto non è un Paese spaccato in due: oggi abbiamo un 15% della popolazione, fatta d’islamisti, che sono a favore del presidente, e c’è un 85% del popolo che è contro Morsi”. L’impegno delle Chiese

Uno tsunami umano, una marea di bandiere nazionali, centinaia di migliaia di cartellini rossi, per dire con una metafora calcistica, al presidente Morsi, "Erhal!" (vattene), "Sei espulso!". Una manifestazione che passerà alla storia dell’Egitto come la più imponente della sua storia e, in modo particolare, dalla rivolta della primavera araba che portò alla caduta di Mubarak. Il popolo dei "ribelli" ha risposto con entusiasmo all’appello di "Tamarod" (la Rivolta) e, il 30 giugno, in oltre 17 milioni si sono riversati nelle piazze di tutto l’Egitto per chiedere le dimissioni di Morsi e nuove elezioni.

Una forte volontà popolare. C’erano tutti, a piazza Tahrir, al Cairo, storico simbolo della rivolta, studenti, magistrati, famiglie, anziani, donne, associazioni, sindacati, lavoratori. Insieme sono sfilati pacificamente in quello che si pensa possa diventare il "giorno del giudizio" del presidente della Fratellanza musulmana dimissionato da oltre 23 milioni di firme raccolte da "Tamarod". Un anno fa Morsi era stato votato solo da 12,23 milioni di egiziani… Una preponderanza numerica e vociante che non ha intimorito i circa 20mila sostenitori di Morsi radunati nei pressi della moschea di Rabaa al-Adawiya, molti dei quali armati di spranghe, decisi a far rispettare la legittimità del voto. E, alla sera, lo scontro si è avuto lasciando sul campo 7 morti e più di 600 feriti. Cinque delle sette vittime si sono registrate ad Assiut, Beni Suef e Fayoum, a sud del Cairo, e due nell’assalto alla sede della Fratellanza. Questa oggi è circondata dall’opposizione e da Tamarod che ha dato l’ultimatum: Mohamed Morsi dovrà dimettersi entro le 17 ora locale (le 16 in Italia) del 2 luglio o nel Paese partirà una campagna di disobbedienza civile. Gli attivisti chiedono, inoltre, "alle istituzioni dello Stato, compresi l’esercito, la polizia e la magistratura, di sostenere apertamente la volontà popolare". Nella nota si respinge anche l’appello al dialogo arrivato da Morsi. "Il dialogo è l’unico modo attraverso il quale possiamo arrivare alla comprensione", è stata la risposta del portavoce di Morsi, Ehab Fahmi. Ma niente dimissioni. Anche il leader del partito salafita "Nour", Younis Makhyoun, ha esortato il presidente Morsi a fare concessioni alla piazza per evitare un bagno di sangue. Adesso è un muro contro muro con l’esercito che osserva e resta in allerta.

Manifestazioni storiche. "Quelle di ieri in Egitto – spiega al Sir padre Rafiq Greiche, portavoce dei vescovi copto-cattolici del Paese – sono più che manifestazioni, sono fatti di straordinaria importanza che in Occidente non vengono ancora compresi per la loro reale portata. Si tratta di manifestazioni storiche, più grandi di quelle che portarono alla caduta di Mubarak due anni fa. Altro punto da sottolineare è che il Paese non è diviso in due, non è corretto affermarlo". Il portavoce non si dice "assolutamente d’accordo" con chi sostiene che "l’Egitto è un Paese spaccato in due: oggi abbiamo un 15% della popolazione, fatta d’islamisti, che sono a favore del presidente Morsi, e c’è un 85% del popolo che è contro Morsi, composto da ex elettori del presidente, anche Salafiti, da musulmani moderati, cristiani, liberali che vogliono cambiare in modo pacifico e democratico chiedendo le dimissioni del presidente e nuove elezioni". Per il portavoce dei vescovi, "i 23 milioni di firme stanno a dire che la stragrande maggioranza degli egiziani vuole cambiare non ritenendo il governo della Fratellanza musulmana in grado di governare con giustizia. L’esercito per il momento resta a guardare ma credo che prima o poi sarà obbligato a prendere una posizione anche per evitare che ci siano altri morti e violenze". Sulle dimissioni di Morsi il portavoce crede che "dipenderà tutto dalle decisioni della Fratellanza musulmana, da cui il presidente dipende". "In questo 85% ci sono i cristiani. Ma va detto che non è questa la posizione ufficiale della Chiesa che non intende dare giudizi politici. In ogni caso le Chiese cristiane sono impegnate a prestare aiuto alle persone che sono nel bisogno e a incoraggiare i giovani a manifestare pacificamente e senza scadere nella violenza. Siamo impegnati a pregare per il nostro Paese perché ritrovi pace e libertà".