DATAGATE
Si allarga lo scandalo delle intercettazioni che coinvolge anche i vertici dell’Unione europea e diversi Paesi membri. Per Andrea Margelletti, presidente del Cesi, si tratta però di una normale prassi: “Tutti i governi del mondo spiano. Quello che cambia sono le risorse e le capacità, non gli intenti. I servizi segreti europei, compatibilmente con il fatto che sono assai più piccoli e meno ricchi, cercano di fare le stesse cose”
"È una tempesta in un bicchier d’acqua. Nessuno Stato al mondo si comporta diversamente. E allora perché dovrebbero esserci ripercussioni nelle relazioni tra i Paesi?". Trattiene a stento un sorriso Andrea Margelletti, presidente del Cesi (Centro studi internazionali) e consigliere strategico del ministro della Difesa, all’uscita da una riunione con il capo di stato maggiore dell’Aeronautica militare italiana. Sono ore di grande fermento nelle Cancellerie e nelle sedi istituzionali di mezzo mondo. E se il presidente francese Francois Hollande appare irremovibile – "Non possiamo accettare questo tipo di comportamento tra partner e alleati" – Barack Obama distende i toni e assicura trasparenza: "Forniremo agli alleati europei tutte le informazioni che vogliono riguardo alle accuse di spionaggio". Ma sul caso Datagate, e sugli sviluppi del frastuono che in questi giorni sta montando dopo la rivelazione di presunte intercettazioni ai danni delle istituzioni dell’Unione europea e di Stati membri, Margelletti ha le idee chiare: "Perché gridare allo scandalo? Non è consuetudine di tutti i Paesi cercare di ottenere il maggior numero di informazioni possibile? Altrimenti a cosa servirebbero i servizi di intelligence?".
"Informare il pubblico su ciò che viene fatto in loro nome e su ciò che è fatto contro di loro". Sono queste le motivazioni che hanno spinto l’ex analista Nsa (National security agency) Edward Snowden a rivelare alla stampa i dettagli dei programmi top-secret di sorveglianza di massa adottati dal governo americano. Da fuga di notizie fuori controllo, il Datagate si sta trasformando in un caso diplomatico tra Usa e Ue?
"Assolutamente no, è soltanto apparenza. Si tratta del lavoro normalmente svolto dai servizi segreti. Lo fanno tutti ma l’importante è non farsi prendere con le mani nella marmellata. Tutti protestano ma tutti sanno che questo è un sistema dove c’è correttezza ma non c’è innocenza. Tra poco le cose torneranno come prima".
Secondo le ultime rivelazioni, la Nsa avrebbe effettuato intercettazioni persino nelle missioni diplomatiche europee a Washington e a New York. Cosa può significare per i rapporti tra gli Stati?
"Non credo possano esserci ripercussioni. I servizi segreti europei, compatibilmente con il fatto che sono assai più piccoli e meno ricchi, cercano di fare le stesse cose".
Anche l’ambasciata italiana sembra essere stata messa sotto controllo. È lecito raccogliere informazioni sensibili che riguardano la vita interna di un Paese amico?
"Non è un caso che nel mondo dell’intelligence non esista la definizione ‘servizio amico’ ma ‘servizio collegato’. Questo spiega molto. In un mondo di specchi come quello dei servizi segreti, ogni opportunità per sapere di più viene sfruttata. Le informazioni sono informazioni, si prendono da chi le ha, anche tra Paesi ‘amici’. La situazione politica all’interno dei partiti, la gestione del sistema industriale: sono tutte informazioni che compongono il quadro strategico di una nazione".
Dunque è giusto affermare che molti governi spiano?
"Non molti, ma tutti i governi del mondo spiano. Quello che cambia sono le risorse e le capacità, non gli intenti".
Che genere di informazioni vengono raccolte da programmi di sorveglianza come Prism? C’è davvero un pericolo per la privacy dei cittadini?
"Della vita privata dei cittadini non importa a nessuno. Quello che interessa ad una nazione sono le informazioni sensibili: economia, difesa, sicurezza, politica, welfare. I dati sulle singole persone non interessano. Al contrario di quanto si sente, il pericolo per la privacy è assolutamente inesistente. I privati cittadini non devono temere nulla da queste raccolte dati. A meno che non si tratti di figure istituzionali, allora è una partita diversa".
Fino ad ora Snowden ha chiesto asilo a 21 Paesi, minacciando nuove rivelazioni. Cosa può avere spinto un analista dei servizi segreti a compiere un passo simile?
"Credo ci siano motivazioni personali ma ho difficoltà a ritenere che possano essere sufficienti. Non escluderei che sia stato avvicinato da realtà straniere che giocando sul suo malessere nei confronti del servizio per il quale lavorava, e dal quale si aspettava magari una promozione, abbiano alimentato in lui il desiderio di raccontare quanto sapeva".