SCANDINAVIA
Suor Kaschner (Conferenza episcopale) racconta la fede in Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia e Islanda
Ha un volto inusuale la Chiesa cattolica scandinava. Svezia, Danimarca, Norvegia, Finlandia, Islanda sono le cinque nazioni che formano la Conferenza episcopale dei Paesi nordici. L’assemblea plenaria della Conferenza è composta da sette vescovi. Quattro di loro sono vescovi “immigrati”: mons. Burcher a Rejkiavick è di nazionalità svizzera, il vescovo di Tromso, Grgic, arriva dalla Bosnia-Erzegovina, e il vescovo emerito di Oslo, Schwenzer, è tedesco, mentre mons. Kozon di Copenhagen è nato in Danimarca da genitori polacchi. Invece i vescovi Arborelius di Stoccolma, Sippo di Helsinki e Eidsvig di Oslo sono persone indigene, che si sono convertite al cattolicesimo in gioventù. 270mila sono i cattolici registrati nei cinque Paesi, che rappresentano l’1% circa della popolazione. La comunità cattolica sarebbe in realtà più numerosa, perché molti immigrati sono cattolici, ma non sono ufficialmente registrati.
“Ci vuole la patente”. “La situazione della nostra Chiesa è davvero speciale”, racconta a Sarah Numico suor Anna Mirijam Kaschner, suora tedesca dell’ordine del Preziosissimo sangue che vive e lavora in parrocchia a Copenaghen, ma è anche Segretario generale della conferenza episcopale. “Qui non può fare il prete chi non ha la patente, perché una parrocchia si estende su centinaia di chilometri, per cui deve fare anche 10-15mila chilometri al mese per visitare le diverse comunità che la compongono”. La diocesi di Copenaghen per superficie è una delle più grandi del mondo, perché comprende anche la Groenlandia, “ma per fortuna là abitano due sacerdoti, in modo stabile. Sulle isole Bornholm, che sono anche danesi, va a turno un sacerdote della cattedrale di Copenaghen, nel fine settimana. E quando questo non è possibile, la liturgia della parola domenicale è guidata dalle suore che abitano sulle isole e che portano avanti tutta l’attività pastorale”, spiega suor Anna Mirijam.
L’ottavo sacramento. La diocesi di Tromso, in Norvegia, è grande 28 volte la diocesi di Colonia, in Germania, con cinque comunità parrocchiali e nove sacerdoti. “Questo significa che sono le persone che devono spostarsi. Per una famiglia, partecipare alla catechesi in preparazione alla cresima di un figlio, può costituire la “gita mensile”, perché magari deve fare un tragitto in auto di 6-7 ore per raggiungere la parrocchia più vicina”. Racconta la religiosa: “Per noi al nord esiste un ottavo sacramento e questo è il caffè comunitario. Dopo le liturgie, la comunità si riunisce e vive intensamente una giornata insieme, così da compensare le grandi distanze”. Accanto alle parrocchie, però, c’è la presenza importante delle comunità spirituali che hanno un valore fondamentale. “Se non ci fossero, la nostra situazione sarebbe ancora più estrema”. In questi luoghi spirituali c’è la possibilità di celebrare l’eucarestia e di ritrovarsi o di fare percorsi catechetici, come la preparazione alla prima comunione per i bambini.
Una comunità in crescita. Nonostante la situazione dei cattolici sia di “diaspora”, questa Chiesa sta crescendo in modo consistente. Per esempio a Oslo, negli ultimi tre anni il numero dei cattolici è triplicato. Ciò è legato certamente ai flussi di immigrazione, ma aumentano anche i convertiti o coloro che chiedono il battesimo da adulti. “Nella diocesi di Oslo ci sono 13 messe domenicali così frequentate che le persone devono stare fuori dalla Chiesa, tanto sono piene”, dice suor Anna Mirijam. “Io lavoro per metà del mio tempo per la conferenza episcopale, e per metà nella mia diocesi, a Copenaghen, per la catechesi dei convertiti. Queste persone mi dicono che trovano nella Chiesa cattolica un sostegno in relazione alle questioni morali. Per esempio, c’è chi non ha condiviso il fatto che la Chiesa evangelica danese abbia introdotto il matrimonio religioso per le coppie omosessuali e quindi chiede di entrare nella Chiesa cattolica. Un secondo elemento è legato alla liturgia: molte persone arrivano dopo aver vissuto una celebrazione di Natale o di Pasqua e con la domanda ‘che cosa celebrate? perché celebrate?’ ancora prima di avere una consapevolezza o l’intenzione di convertirsi. Ciò che attrae è il modo intenso in cui viene vissuta l’identità cattolica”.