ELEZIONI EUROPEE
In un documento dell’Europarlamento le novità per il voto del maggio 2014
Rimettere al centro la Politica. Con la P maiuscola. In tempi di crisi economica e sociale, di disamoramento dei cittadini verso la sfera pubblica, di arretramento della funzione democratica storicamente svolta dai partiti, arriva da Strasburgo un segnale forte e in controtendenza. Il 4 luglio la sessione plenaria dell’Assemblea Ue ha infatti votato una risoluzione intesa a restituire interesse alle elezioni per l’Europarlamento, che si svolgeranno dal 22 al 25 maggio 2014 nei 28 Stati aderenti all’Unione.
Il testo, predisposto dall’eurodeputato britannico Andrew Duff – fervente europeista e parlamentare che ha acquisito grande credito per la serietà del suo operato -, ha ottenuto 507 voti favorevoli su 645 votanti: il che conferma l’ampia convergenza attorno al documento. Tale risoluzione è maturata in un contesto generale in cui spicca anzitutto la fragilità della proposta politica, nazionale prima ancora che europea, dinanzi alle sfide poste dalla recessione e dalla globalizzazione; essa considera inoltre il problema della distanza dei cittadini dalle istituzioni politiche, qualunque esse siano (da quelle locali e regionali, fino a quelle statali e comunitarie); non trascura la crescente astensione dalle urne, verificatasi nelle elezioni degli ultimi anni in tutti i Paesi membri e ormai “tipica” delle votazioni per il Parlamento Ue. Duff ha quindi posto in luce altre due particolarità: la scelta degli eurodeputati avverrà con sistemi differenti da Paese a Paese, nel pieno rispetto delle specifiche tradizioni elettorali; quelle del prossimo anno saranno le prime votazioni europee dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, ossia la nuova cornice giuridica dell’integrazione, che fra l’altro assegna ben più ampi poteri legislativi e di controllo all’Emiciclo di Strasburgo.
Al centro dell’attenzione sono dunque collocati i partiti, ritenuti “attori della sfera politica”, i quali “contribuiscono a formare una coscienza politica europea nonché ad esprimere la volontà dei cittadini dell’Unione”. I partiti dovranno – secondo gli auspici dell’Europarlamento – dichiarare previamente l’affiliazione a una famiglia politica europea (ad esempio il Partito Popolare, i Socialisti e democratici, i Liberaldemocratici, i Verdi…) e possibilmente indicare sulla scheda il simbolo di tale famiglia; non di meno dovranno nominare il proprio candidato alla carica di presidente della Commissione europea, il quale espliciterà il proprio programma di lavoro e gli obiettivi per il quinquennio, e a sua volta presenterà tale programma in tutti gli Stati membri.
L’intento è, ovviamente, quello di dar vita a un reale dibattito politico transnazionale, di respiro continentale, sostenuto da attori (partiti, candidati al Parlamento, candidati alla carica di presidente della Commissione) riconosciuti, responsabili, che si rivolgono direttamente ai cittadini-elettori, ovvero al “popolo sovrano”.
Tra le novità del documento passato in plenaria figura che i partiti dovranno mostrare procedure trasparenti e democratiche (dunque non solo “virtuali”) per la scelta dei propri candidati, predisporre liste in cui emerge un’equilibrata rappresentanza dei due sessi, possibilmente indicare candidati di altre nazionalità al fine di assegnare un carattere ancora più europeo alle liste stesse. Nel testo si riscontrano altri “suggerimenti”, come la richiesta di campagne elettorali in cui siano moltiplicati i momenti di confronto pubblico e fortemente sostenute dai mass media, così da conferire la massima risonanza possibile al dibattito politico europeo.
A qualcuno tali indicazioni potrebbero apparire solo “buone intenzioni”. In realtà scaturiscono da una seria riflessione avviata all’interno dell’Europarlamento e delle altre istituzioni Ue; riflessioni che, per dirla tutta, andrebbero seriamente considerate in chiave nazionale, per provare a rispondere a quegli stessi problemi che si registrano dalla Svezia alla Spagna, dal Regno Unito all’Italia, da Malta alla Germania: ossia “gap” cittadini-istituzioni; democrazie indebolite e web-dipendenti; astensione elettorale; crescente populismo; inconcludente localismo politico; euroscetticismo preconcetto.
Spetta ora ai politici e ai cittadini il compito di assumersi le rispettive responsabilità.