LE PERIFERIE DEL MONDO/8
Nella cittadina di Nogales, a poca distanza dal confine con gli Stati Uniti, alcune suore cattoliche della Missione dell’Eucarestia accolgono le persone espulse dagli Usa in quanto immigrati illegali. A nessuno si nega un tetto e un pasto. Ma molti non arrivano a “El Comedor” e muoiono lungo il cammino
Davanti a "El Comedor", una casetta spersa nella polverosa cittadina messicana di Nogales, a dieci minuti di auto dal confine con gli Stati Uniti, la fila si forma già nelle prime ore della mattina. Ci sono disperati con caviglie slogate, ferite sulle braccia e piaghe ai piedi. Tanti uomini, ma anche donne e bambini. Alcuni sono messicani che hanno tentato di raggiungere gli Stati Uniti marciando per giorni nel deserto di Sonora prima di essere scoperti dalla polizia di frontiera e rispediti in patria. Altri sono messicani che hanno abitato magari per anni negli Stati Uniti senza documenti, e alla fine, per qualche sfortunata coincidenza, sono stati rispediti oltre frontiera. Per tutti il centro gestito dalle suore cattoliche della Missione dell’Eucarestia, chiamato "El Comedor", costituisce un provvidenziale rifugio dopo settimane o anni di sofferenze e preoccupazioni.
Ritorno forzato. "Sono nato in Messico e arrivato negli Stati Uniti a 13 anni", spiega in spagnolo Arturo Morales, 32 anni, fisico robusto e mani ruvide, lavoratore a cottimo in cantieri edili vicino a Modesto, in California. "Mi ha fermato la polizia per un normale controllo, la mia patente era scaduta da qualche giorno e nelle successive verifiche hanno visto che ero un immigrato illegale. Non ho neppure avuto il tempo di chiamare a casa per avvertire la famiglia. Dopo alcuni giorni in un centro di detenzione in California mi hanno sbattuto di là del confine". Morales si commuove. Poi riprende a parlare, questa volta in inglese, la lingua in cui si esprime con più scioltezza, avendo trascorso la maggior parte della vita negli Stati Uniti: "Qui in Messico mi sento straniero, non so proprio da dove ricominciare. È come se tutto quello che hai costruito si sciogliesse come neve al sole".
Vita missionaria. Emblematico dello straordinario lavoro della Chiesa cattolica in America, il centro, finanziato dalla Compagnia di Gesù, offre sostegno spirituale e due pasti gratuiti al giorno a disperati come Morales. L’anno scorso sono state rimpatriate ben 50mila persone, gran parte delle quali sono passate da Nogales. I rimpatriati trovano ristoro e tranquillità in una sala dalle pareti affrescate con una rappresentazione in chiave moderna dell’Ultima cena: un Gesù sorridente è attorniato da migranti del nostro tempo. Una delle anime di "El Comedor", che in spagnolo vuol dire "sala da pranzo", è suor Rosalba Ramos. Quando era bambina un gruppo di consorelle visitò il suo villaggio contadino nello stato di Colima e lei restò affascinata dal loro impegno missionario. Una volta presi i voti, durante i primi anni in convento con le suore Missionarie dell’Eucaristia, suor Rosalba ha maturato la certezza che Gesù si manifesta e si identifica nei più poveri ed emarginati. "Il mio desiderio di lavorare con i più bisognosi è emerso in modo forte dopo una bellissima esperienza con gli indigeni Tarahumara nelle montagne dello stato di Chihuahua", dice. "Stare al loro fianco mi ha ricordato la mia infanzia e quanto era povera anche la mia famiglia". Oggi il suo lavoro e quello delle consorelle a "El Comedor" costituisce un esempio di impegno silenzioso e determinato a favore dei più poveri.
Dramma sottotraccia. Per quanto la gente di "El Comedor" possa apparire come parte di uno dei club meno fortunati della Terra, qui ringraziano tutti il Signore. "In fondo – dicono – siamo ancora vivi". Molti dei loro compagni di viaggio sono morti nello spietato deserto di Sonora. Dopo aver pagato dai 2mila ai 5mila dollari ai coyotes, i trafficanti di persone che li portano al confine; molti, già malnutriti in partenza, non riescono nella traversata e vengono ritrovati dalla polizia di frontiera americana senza vita. In pratica perdono l’orientamento e non resistono alla temperatura, che spesso supera i 42 gradi. Nella maggior parte dei casi vengono sepolti in cimiteri americani, senza nome o fotografia. A ricordarli c’è solo una targhetta di latta con inciso il numero dell’inchiesta della polizia a loro carico. Ai loro familiari in Messico la notizia non arriverà mai. Per loro resteranno "desaparecidos", scomparsi. Le uniche tracce del loro cammino sono i loro oggetti abbandonati nel deserto: bottigliette d’acqua, jeans, giocattoli di bambini, zaini. Le stime approssimative della polizia di frontiera dicono che in questa zona i messicani morti durante la traversata lo scorso anno sono stati circa 200. Ma questa tra l’Arizona e il Messico è solo una delle aree in cui il fenomeno si manifesta. Un’altra zona è quella della Rio Grande Valley, tra Texas e Messico. Anche qui i morti l’anno scorso sono stati oltre 200. Il confine è molto più lungo – ben 3.141 chilometri – e nessuno si è mai preoccupato di contarli tutti.