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Il preside dell’Accademia cattolica di Vilnius riflette sul futuro dell’Europa
Ha preso avvio a inizio luglio il semestre di presidenza lituana del Consiglio dell’Unione europea. Per la prima volta un Paese baltico, entrato nella “casa comune” da meno di un decennio, assume le redini politiche dell’Ue. Per capire lo stato d’animo dei lituani, Sarah Numico, per Sir Europa ha intervistato Paulius Subačius, preside dell’Accademia cattolica lituana delle Scienze e docente di semiotica e teoria della letteratura all’Università di Vilnius.
La Lituania ha iniziato il semestre di presidenza con grande fiducia, anche grazie al suo successo nell’affrontare la crisi economica. Quali strumenti ha in mano questo Paese per svolgere tale importante ruolo?
“Il nostro Paese ha utilizzato strumenti molto semplici per affrontare la crisi. Innanzitutto si è cominciato a vivere in base al reddito: i programmi statali permettevano finanziamenti nella misura in cui i bilanci reali delle aziende lo consentivano, per cui ne sono stati concessi relativamente pochi. Sono state ridotte le pensioni, gli stipendi degli impiegati pubblici e in particolare dei burocrati e dei politici, con una riduzione fino al 50% per i ministri. Certo, sono state misure di risparmio ‘passivo’, che in alcuni casi hanno colpito persone con redditi bassi, ma non c’era altra scelta. In Europa, sono più accettabili all’opinione pubblica misure di stimolo dell’economia, ma non so se saranno sufficienti. Abbiamo bisogno di imparare a vivere consumando un po’ meno e a trovare la forza interiore per affrontare uno sviluppo più ampio. La Lituania è uno Stato giovane. La gente ha attraversato cambiamenti sociali e politici ed è più pronta ad accettare ulteriori cambiamenti”.
Il programma del semestre lituano guarda molto ai mercati. I vescovi nel messaggio ai lituani, all’inizio del semestre, hanno però scritto: “Il vero progresso della società si misura attraverso la condizione morale umana, piuttosto che con la crescita del Pil e quando la si ignora, le leggi e i provvedimenti amministrativi sono a malapena in grado di frenare il declino”. Cosa ne pensa?
“La crescita del Pil di per sé non significa il miglioramento per la vita di tutti gli strati della società, o il miglioramento dell’istruzione, della protezione della salute e non è garanzia di uno sviluppo sostenibile e duraturo. Il Pil della Lituania è in crescita da 20 anni ed è attualmente uno dei più alti in Europa. La Lituania però supera altre nazioni per il numero di suicidi, il consumo di alcol… Questi problemi non spariscono e per superarli non basta un’economia in crescita. Qualità morali quali la responsabilità, l’autonomia, la creatività, la risolutezza sono essenziali per un’economia sostenibile. Nei Paesi post-sovietici le piccole imprese sono troppo poche, perché le persone non hanno il coraggio di prendere iniziative economiche. Anche queste sono qualità morali. Penso che i vescovi intendano parlare di una ‘emancipazione’ del popolo: una società di persone autonome e responsabili è l’obiettivo del far progredire la situazione morale ed è garanzia di prosperità”.
Che cosa manca all’Europa oggi perché il progetto di unità ritrovi coesione e forza?
“All’Europa mancano i principi e le ambizioni. L’Europa ha sempre avuto un’apertura e una capacità nell’accogliere le influenze straniere, come Remi Brague ha descritto. Ma essere aperti e non avere principi non sono la stessa cosa. Quando taciamo il fatto di essere una civiltà cristiana, rifiutiamo di dichiarare i principi che ci rendono forti, discriminiamo positivamente tutte le minoranze, quindi rinunciamo a voler essere maggioranza, e ciò causa il declino. Lo stesso accade con le ambizioni. L’Europa respinge il desiderio di avere una posizione forte nel mondo, perché ciò evoca il colonialismo e la disuguaglianza. Ma la chiamata cristiana a costruire la civiltà dell’amore è un’ambizione molto radicale. Può unire gli europei”.
I totalitarismi negavano ogni libertà. Oggi viviamo nel trionfo delle libertà. Eppure nessuno dei due modelli porta di per sé giustizia, coesione sociale, responsabilità per l’ambiente… Perché?
“Ho passato i primi 20 anni della mia vita sotto l’occupazione sovietica. Così posso confrontare, non solo in teoria, ciò che era della giustizia, della coesione sociale e della responsabilità per l’ambiente in una società totalitaria, e che cosa è di queste cose in Europa oggi. Nel regime sovietico queste attenzioni semplicemente non esistevano. Ora invece le abbiamo, ne possiamo apertamente discutere. Sicuramente non abbiamo la giustizia e la coesione sociale tanto quanto vogliamo e come vogliamo. La vita terrena non è perfetta, quindi niente nell’ordine sociale e nello stile di vita è l’ideale. Dobbiamo costantemente lottare per più giustizia, più cura degli altri. In altre parole, il comandamento dell’amare il prossimo, il vicino di casa, è un compito continuo per ciascuno di noi, piuttosto che il risultato di un sistema pubblico”.