DISCONNESSIONI/3

Centocinquanta” “sfumature” “di noia e banalità

Il ciclo di romanzi di Erika Leonard, in arte E. L. James, offre un quadro piuttosto lontano dalla buona letteratura, pieno di stereotipi duri a morire. È un ritorno al trapassato remoto dell’uomo dominatore che non rende giustizia al genio femminile

E. L. James sta per Erika Leonard, autrice inglese all’apice della fama grazie alle "Sfumature", che, come ormai molti sanno, sono, in rigoroso ordine cronologico, di grigio, di nero e di rosso. Aver portato a termine la lettura del solo primo volume è una fatica immane, perché consta di ben 623 pagine. Ma fosse solo questo, uno ci passerebbe sopra: siamo d’estate, e sotto l’ombrellone o al riparo di verdi alberi, una amena lettura ci starebbe proprio. Ma qui siamo lontani dalla letteratura, "lusso" cui ci hanno abituato generazioni di scrittori. Anzi, si potrebbero rivalutare le Liala, le Caroline Invernizio e gli altri autori "di consumo" tanto vituperati dagli intellettuali impegnati degli anni Sessanta e Settanta, a cospetto delle "Sfumature" che, con esiti involontariamente comici, alcune recensioni in lingua inglese hanno celebrato come "romanzo erotico che ha elettrizzato tutte le donne d’America", le quali donne, (non so con quanto piacere le donne americane abbiano accolto la catalogazione in quel genere di lettrici), avrebbero "diffuso il verbo su Facebook, in palestra, a casa". Il verbo, dopo anni di contestazione dei valori borghesi, di femminismo, di rivendicazioni sociali, è che l’uomo per aver successo deve essere ricco, bello, affascinante, duro, un tantinello spregiudicato e pure trasgressivo nei gusti sessuali. Astenersi proletari, piccolo borghesi, amanti della tranquillità di coppia.
Questo ritorno a un passato che sembrava preistoria è divenuto un caso editoriale che secondo lo "strillo" della quarta di copertina ha venduto 85 milioni di copie in tutto il mondo di cui 3,5 milioni solo in Italia; a 32 anni e 47 traduzioni di distanza, "Il nome della rosa" è fermo, si fa per dire, a 30 milioni di copie, mentre è minacciato "Il Codice da Vinci", che ha venduto "solo" 80 milioni. Se si pensa che Harry Potter ha venduto (e sono cifre del 2005) 300 milioni di copie, si ha un’idea di quanto possa contare la macchina promozionale.
Le "Sfumature" sono un classico esempio di egemonia del sistema editoriale e di scarsa informazione culturale, oltre che di scarsa frequentazione della lettura. Il meccanismo pubblicitario ha fatto aggio sulla "pruderie" dell’erotismo, del sado-masochismo, della cosiddetta trasgressione; se non che, nel romanzo, la trasgressione è fatta di luoghi comuni di una cattiva letteratura che proviene indirettamente, ma molto indirettamente, non essendo così "filosofica", dal libertinismo sei-settecentesco, da De Sade, da certo nichilismo erotizzante che proclamava la fine degli ideali e il ritorno alla brutale materia, anche in amore. Qui non c’è nulla di tutto questo, e, verrebbe da dire, per fortuna. Anzi, nel terzo volume c’è il lieto fine, con tanto di arrivo di marmocchi. Ma soprattutto nel caso del primo romanzo, rimane il tentativo di fare del lettore lo sbirciatore nelle alcove dei ricchi, dei potenti, dei belli, dei perversi e delle povere fanciulle indifese, che poi, e anche qui per fortuna, così indifese non sono.
Le scene sono ripetitive, senza nerbo narrativo, non c’è la capacità di costruire profondità – sebbene si tenti il riferimento alle oscure origini del protagonista -, tutto diventa piatto e banale: i personaggi sono stereotipi, senza spessore, costruiti con aggettivi che farebbero sorridere anche un adolescente: l’autoconsapevolezza di Christian è descritta con una superficialità disarmante: "Non mi sottometto alla fortuna o al caso, Miss Steele", si presenta con tronfia – e comica – presunzione il protagonista. L’affermazione più profonda di Ana è "stavo pensando di accarezzare i tuoi capelli e mi chiedevo se al tatto fossero morbidi come sembrano". Come si vede, abissi di profondità.
Per tutte le oltre seicento pagine la protagonista non fa che declamare la bellezza scultorea dell’uomo, ricco, potentissimo, glaciale, dominatore. Lo stereotipo non ha mai fine, a quanto pare, ma quello che fa male è che possa tornare in un momento in cui la gente non ce la fa ad arrivare alla fine del mese e lo sguardo inquieto non va sulla soglia della stanza dei giochi erotici, ma sui figli e sul loro futuro.