EDITORIALE
La nuova legge sull’aborto non è un esempio di “equilibrio” per l’Europa
Ho letto di recente un interessante commento di Vladimiro Zagrebelsky su un quotidiano italiano relativo agli emendamenti alla legge sull’aborto in Irlanda. Ne ho dedotto che l’autore è un oppositore del cosiddetto “diritto all’aborto” e un grande sostenitore delle leggi restrittive in materia di aborto. Sorprende quindi ancor più il fatto che egli nello stesso articolo si riveli un sostenitore della nuova legge irlandese, che è stata chiamata “Legge 2013 sulla Tutela della Vita durante la Gravidanza”.
La contraddizione interna nelle argomentazioni presentate potrebbe nascere dall’ignoranza dei fatti, essere il risultato di errori logici nel ragionamento o di mancanza di sincerità. L’interpretazione della legge dei vescovi irlandesi è del tutto diversa dalla sua. Essi hanno infatti sottolineato che secondo la legge “in pratica il diritto alla vita del nascituro non è più considerato alla stessa stregua di quello della madre. Ciò rappresenta un cambiamento fondamentale nell’attuale cultura e pratica medica negli ospedali irlandesi, i quali fino ad oggi hanno costituito alcuni dei luoghi più sicuri al mondo per madre e nascituro durante la gravidanza, proprio perché trattati come due pazienti con lo stesso diritto alla vita” (http://www.catholicbishops.ie/2013/07/08/bishops-briefing-note-protection-life-pregnancy-bill-2013/).
Quello che i vescovi chiamano un “cambiamento radicale”, secondo Zagrebelsky sottintende la ricerca di un equilibrio. Egli stesso, comunque, ammette che la Costituzione irlandese garantisce un equilibrio tra conservazione e protezione della vita della madre e del bambino. Quindi ci saremmo aspettati che, anziché sostenere il cambiamento, egli avesse accolto l’indicazione dei vescovi secondo la quale, se un cambiamento era necessario, questo si fosse verificato a livello di “miglioramento delle lineeguida mediche, le quali non prevedono l’uccisione diretta e intenzionale del non nato”.
Il secondo falso argomento è che nulla di certo può essere detto sul momento in cui inizia la vita umana e su quale sia lo status giuridico dell’embrione umano. La Corte europea di giustizia nella causa C-34/10 Oliver Brüstle contro Greenpeace ha adottato una definizione giuridica europea di embrione umano affermando che l’embrione “inizia il processo di sviluppo umano”; pertanto l’ovulo umano deve essere considerato un embrione umano fin dal momento in cui inizia il processo di sviluppo umano, sia tramite fecondazione sia mediante qualsiasi tecnica artificiale. Dal momento del concepimento, quindi, ha diritto alla dignità umana e deve essere protetto. La sentenza è, tra l’altro, la base per l’iniziativa “Uno di noi” in corso nei Paesi Ue.
Potrebbe forse valere la pena ricordare che nell’era comunista l’aborto era teoricamente vietato per legge nei Paesi dell’est, ma i suoi «aspetti sociali» sono stati il “cavallo di Troia” che ha poi invalidato gli argomenti restrittivi. Anche il “cavallo di Troia” nella legge adottata in Irlanda è “un rischio reale e sostanziale di perdita della vita, di suicidio della donna”, che può essere evitato solo “effettuando l’aborto”.
Oltre all’Irlanda, che ha finalmente raggiunto l’ “equilibrio” in tema di aborto, Zagrebelsky cita Polonia, Malta e Italia come Paesi che ancora non hanno ancora raggiunto il “punto di equilibrio europeo”. È un’indicazione che la legge irlandese dovrebbe essere considerata come punto di riferimento per i “Paesi cattolici”? Questo tono moderato nasce solo dal desiderio di non spaventare i cattolici, nella speranza che una legge simile a quella irlandese venga adottata anche in altri Paesi… prima che i rispettivi cittadini si rendano conto del suo vero carattere?