ANALISI DEI DATI OCSE
Natale Forlani (direttore generale al ministero del Lavoro) invita a un cambiamento culturale: “In altri Paesi queste occupazioni fanno parte integrante del sistema economico e sono bene accette ‘culturalmente’ da parte di tutti gli attori sociali”. Necessario il superamento di quella “cultura dei diritti” che ha indotto tanti a credere che tocchi “alle normative creare buona qualità del lavoro”. Invece si tratta di riattivare il dialogo sociale “con politiche attive”
Parlare di cifre "disarmanti" forse è poco: i dati Ocse (Organizzazione cooperazione e sviluppo economico, con 34 Paesi aderenti tra i più "sviluppati" al mondo, Italia compresa) diffusi ieri parlano di una disoccupazione in Italia che nel 2014 arriverà al 12,6% rispetto al 12,2% di quest’anno. Questo mentre altri grandi Paesi industriali mostrano cifre ben più diverse: ad esempio, Austria, Giappone, Corea del Sud, Norvegia e Svizzera hanno una disoccupazione complessiva al di sotto del 5%, tasso che un tempo si definiva "fisiologico". Ci si potrebbe anche chiedere perché, mentre Grecia, Spagna, Portogallo, Italia e altri Paesi dall’inizio della crisi hanno visto esplodere la disoccupazione, specie giovanile, al contrario in Germania, Cile, Turchia e Israele oggi la stessa disoccupazione risulta più bassa rispetto al 2008. Discrepanze fortissime, da cui emerge il dato forse più impressionante: nei Paesi più in crisi a soffrire di più sono appunto i giovani con aumenti della disoccupazione che arrivano al 37,5% in Italia, al 51,8% in Spagna e al 63,2% in Grecia. Si può forse parlare di una generazione perduta? Il Sir lo ha chiesto a Natale Forlani, esperto di politiche sociali e del lavoro, direttore generale dell’immigrazione e delle politiche d’integrazione del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali.
Anzitutto come leggere questi dati dell’Ocse, soprattutto per quanto riguarda i giovani?
"Intanto rilevando che da noi si è drasticamente abbassato il numero di quanti nella fascia di età 15-24 anni alternano studio e lavoro, mentre altrove il fenomeno è molto sviluppato e c’è quindi un diverso dinamismo lavorativo. In secondo luogo, da noi la scolarizzazione crescente si è via via allontanata dalle dinamiche reali del lavoro. In terzo luogo, la ‘cultura dei diritti’ continua a permeare la concezione del lavoro, come se toccasse alle normative creare buona qualità del lavoro. Il risultato di tutto questo è che le aziende non assumono più, non si fa quasi più apprendistato, non c’è raccordo tra scuola e lavoro, i giovani restano ‘fuori’ dalle grandi dinamiche internazionali e non hanno prospettive".
Si tende a scaricare la "colpa" della crisi del lavoro giovanile sulla sua precarizzazione. È questa la causa?
"Bisogna correggere, intanto, una distorsione culturale: tra il 1996 e il 2005, all’epoca della legge Biagi, si diceva che la crescita del lavoro ‘precario’ aveva iniziato a scuotere le fondamenta del sistema lavorativo. Invece proprio in quegli anni l’Italia aveva toccato il massimo storico di occupazione e al suo interno erano cresciuti sia i lavori a tempo indeterminato, sia – in percentuale più ampia – quelli a termine, ma c’era più lavoro per tutti, per gli uni e per gli altri. Guardando alle esperienze storiche di altre azioni, ad esempio i Paesi Bassi, si nota che i lavori a termine, o ‘precari’ sono più numerosi che da noi, ma in una situazione di quasi piena occupazione: cioè tali lavori fanno parte integrante del sistema economico e sono bene accetti ‘culturalmente’ da parte di tutti gli attori sociali. Da noi, no. Il risultato è che, rifiutando questi contratti, si è generato, da un lato, il fenomeno dell’assunzione di lavoratori stranieri per posti che gli italiani non vogliono e, dall’altro, che i giovani sempre più scolarizzati sembrano destinati a rimanere perennemente ai margini del mondo del lavoro".
Ma, allora, davvero la nostra, rispetto al lavoro, è una generazione ‘perduta’ di giovani?
"In un certo senso sì. Mi spiego: il tasso d’innovazione più forte, le genialità imprenditoriali, la creatività tecnologica e commerciale, di solito vengono dai giovani con spiccata vocazione creativa, proiezione internazionale, cultura aperta e dinamica. Ebbene, in Italia tutto questo è come se non ci fosse adeguatamente. Viene meno tra i ceti dei professionisti, sempre più appiattiti su figure obsolete. Non c’è più tra i quadri pubblici, di formazione ‘nazionale’, mentre negli altri Paesi si punta a una burocrazia internazionalizzata, aperta alle dinamiche mondiali. Non c’è tra i quadri tecnici, che vanno scomparendo con la penalizzazione o chiusura degli istituti tecnici. Risultato è che i lavori più ‘bassi’ li fanno gli immigrati, quelli più ‘alti’ i nostri giovani, anche laureati, non li sanno fare, perché non hanno la formazione adatta, non sanno le lingue, non conoscono il mondo. Da qui il blocco generazionale, la crisi".
Come se ne viene fuori?
"Con politiche ‘attive’ del mercato del lavoro in cui imprese, parti sociali, Stato avviano veri percorsi di ‘placement’ dei giovani in giro per il mondo. Senza questo, tutto il resto è chiacchiera. Dobbiamo avere il coraggio di rompere con i vecchi schemi di cui siamo imbevuti, educare al mercato mondiale, formare a piattaforme produttive e commerciali globali. Altrimenti siamo finiti".
Quale sarebbe il mercato del lavoro ideale per l’Italia?
"Quello che prende atto che ogni anno cambiano lavoro 6 milioni di persone, che si attivano 16-17 milioni di nuovi posti e ne scompaiono altrettanti. Un mercato dinamico, senza lacci e lacciuoli. D’accordo la difesa dei ‘diritti’, ma oggi le dinamiche sono diverse e anche l’approccio culturale deve esserlo, a partire dalla scuola, dalla università e dalla politica".