PRIMAVERE ARABE

La fioritura sociale continuerà, ma…

Sono giorni di scontri, violenze, tensione e proteste nei Paesi della costa sud del Mediterraneo. Dall’Egitto alla Tunisia, senza trascurare la Libia. Ne abbiamo parlato con l’esperto di relazioni internazionali Pasquale Ferrara, segretario generale dell’Istituto universitario europeo

Sono giorni di scontri, violenze, tensione e proteste nei Paesi della cosiddetta "primavera araba". In Egitto è in corso un ennesimo bagno di sangue – si parla di 75 vittime al Cairo e in altre città – tra i manifestanti dell’ex presidente Morsi (Fratelli musulmani), ora in prigione, e i sostenitori dell’esercito. In Tunisia oggi è la giornata dei funerali di Mohammed Brahmi, leader del Fronte popolare (il partito di opposizione di cui faceva parte anche Chokri Belaid, ucciso nel febbraio scorso), assassinato due giorni fa da un estremista islamico. In Libia, a Bengasi e Tripoli, sono in corso numerose proteste per l’uccisione dell’attivista secolarista Abdessalem al-Mesmary, che si batteva contro il fondamentalismo islamico. Centinaia di manifestanti hanno attaccato e saccheggiato la sede del Partito per la giustizia e la costruzione (Fratelli musulmani). Ne abbiamo parlato con l’esperto di relazioni internazionali Pasquale Ferrara, segretario generale dell’Istituto universitario europeo.

Egitto, Tunisia, Libia. C’è qualcosa che accomuna gli sviluppi di questi ultimi giorni?
"Le situazioni sono in parte simili ma anche molto diverse. Più che di ‘primavera’ in tutto il mondo arabo sin dall’inizio ci siamo trovati di fronte due Paesi paradigmatici: Tunisia ed Egitto. Quello che è accaduto in Libia era molto diverso. Questo circoscrive e ridimensiona l’idea di una grande primavera in tutto il mondo islamico. Questo è l’unico tratto in comune tra Tunisia ed Egitto. Tutto il resto è diverso".

Cosa sta accadendo in Egitto?
"In Egitto abbiamo assistito al fallimento dell’esperimento politico dei Fratelli musulmani, che hanno rivelato una grande incompetenza nella gestione dello Stato. La protesta e l’intervento dell’esercito è rivolto contro i Fratelli musulmani, che hanno una visione molto centralista e autoritaria del potere, non molto diversa da quella dell’epoca di Mubarak, nonostante il Paese chiedesse una svolta politica. I Fratelli musulmani hanno tentato d’islamizzare alcuni settori della società con una visione oramai superata. La loro idea di assumere il controllo di tutto il movimento politico dell’Islam è stata velleitaria perché la società è profondamente cambiata. Oggi è in corso un confronto tra due ‘agenzie’ molto potenti: i Fratelli musulmani, con una visione molto autoritaria e gerarchica, e l’esercito, che tradizionalmente in Egitto ha un ruolo molto forte, perché controlla oltre il 50% dell’economia attraverso le società di Stato, le ferrovie, le industrie. Questo spiega perché alla fine sia anche sostenuto: non è solo un’istituzione marziale ma anche un’agenzia sociale ed economica".

Secondo i sostenitori dei Fratelli musulmani, i militari "non sparano per ferire, sparano per uccidere". L’esercito egiziano ha scelto la linea dura?
"L’esercito vuole chiudere la partita contro i Fratelli musulmani, ma non ha velleità di creare nuovamente uno Stato laico. È una lotta per il potere che incidentalmente coinvolge anche l’Islam ma non una reazione dei militari a protezione della laicità e dello Stato. Piazza Tahrir è oggi molto composita, ci sono sinistra laica e liberale, salafiti, cristiani, Ong, è difficile tracciare una linea chiara e definita tra i due fronti".

Invece in Tunisia i due assassinii stanno destabilizzando il Paese. C’è chi accusa il partito al potere Ennahda di essere il mandante morale…
"Le accuse a Ennahda mi sembrano un po’ eccessive. È un partito che nasce con l’idea di una democrazia islamica moderata che si coniughi con la Costituzione e il pluralismo. Ci sono sempre, in queste transizioni complicate, i sabotatori, che vogliono far saltare il processo perché non è di loro gradimento. Queste frange salafite tentano di colpire, con questi assassini, non tanto l’opposizione laica, nonostante sia la prima vittima, quanto il partito di Ennahda. Ma in Tunisia il dibattito democratico è molto vivace".

Anche in Libia un assassinio e scontri. Cosa sta succedendo qui?
"In Libia siamo su dimensioni completamente diverse. Si tratta di gruppi marginali molto organizzati, che hanno un’agenda precisa: cercare d’inserirsi nell’estrema debolezza delle istituzioni post-Gheddafi per assumere posizioni di ago della bilancia. Non hanno alcuno scrupolo e sono vicine a movimenti terroristici. Qui siamo al di là del discorso della competizione politica. Si tratta di controllarli ed evitare che acquisiscano consenso. Fanno azioni di guerriglia ma non credo che avranno la possibilità di assumere un ruolo politico preminente. Quello che veramente preoccupa, a due anni dalle operazioni militari della Nato, è ancora la situazione di estrema debolezza istituzionale. Il consolidamento non si vede. In una situazione così fluida può accadere di tutto".

Per concludere: ha ancora senso parlare di "primavera araba"?
"Credo di sì ma non nel senso in cui è stato inteso, come se fossero manifestazioni pacifiche. Se per primavera intendiamo lo sbocciare di una società civile che, pur con le sue contraddizioni, i suoi radicalismi, le sue idiosincrasie, assume un ruolo diverso e autonomo rispetto alla politica, siamo ancora in una situazione di fioritura. Non dimentichiamo che anche in Europa il movimento si esprime sempre di più nelle piazze".