DOPO L'OMELIA
Dopo la Messa celebrata nella cattedrale di san Sebastian e le parole impegnative rivolte ai presuli brasiliani nel palazzo dell’arcivescovado carioca, un mosaico di consensi motivati. Padre Lombardi: il testo predisposto per i vescovi del Brasile non è solo il più lungo e strutturato del Pontificato, ma è anche “molto significativo dell’orientamento spirituale, teologico e pastorale del Papa”
I vescovi ci stanno e lo seguono. Papa Francesco non è solo. C’è tutto l’episcopato del mondo qui a Rio de Janeiro a dare l’immagine di una Chiesa giovane, desiderosa di rompere le barriere per andare incontro alla gente, soprattutto ai giovani, proponendo mete di senso e di speranza. È immediata la risposta di consenso e apprezzamento che i vescovi e non solo hanno dato alle parole pronunciate oggi dal Santo Padre, prima, nell’omelia della Messa celebrata nella cattedrale San Sebastian e, subito dopo, ai vescovi brasiliani nel palazzo dell’arcivescovado carioca. E la risposta dei vescovi alle parole e ai gesti del Papa appare qui – a margine di questa Gmg – il segno di una svolta, l’inizio di una nuova primavera nella Chiesa.
Il discorso del Papa. Quello pronunciato ai vescovi brasiliani è stato fino a oggi il discorso più lungo e strutturato del Pontificato di Francesco. Evidentemente ha colto questa occasione per lanciare un messaggio di orientamento e di pensiero alla Chiesa latinoamericana e non solo. Venti pagine divise in quattro capitoli: un testo – ammette lo stesso padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana – non facile da leggere ma vale la pena farlo perché si tratta di "un testo molto significativo dell’orientamento spirituale, teologico e pastorale di Papa Francesco". Partendo da Aparecida il Papa ha parlato dell’"umiltà che appartiene a Dio come tratto essenziale", che "è nel dna di Dio". Ha parlato di una Chiesa che deve tornare a "incantare la gente, attirarla" che "non si appoggia sulla ricchezza delle risorse, ma sulla creatività dell’amore". "Serve una Chiesa – ha incalzato – che non abbia paura di uscire nella notte. Serve una Chiesa capace d’intercettare la strada", dialogando con chi si perde per "la delusione di un cristianesimo ritenuto ormai terreno sterile, infecondo, incapace di generare senso".
Papa Francesco non è solo, nemmeno qui. I vescovi, che lo stanno seguendo in questo viaggio, sono al suo fianco e lo appoggiano, lo ringraziano. Eccoli qui, nella cattedrale san Sebastian di Rio, incuranti della pioggia battente a ripetere le sue parole. Sono l’immagine "vivente" di quella Chiesa "più collegiale e sinodale" che sta caratterizzando in maniera straordinaria questo inizio di Pontificato sia nelle scelte del Papa sia in una sempre più coinvolgente partecipazione dei vescovi al governo della Chiesa. Per il cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, l’incontro con i vescovi è "un altro segno di come il Papa promuove la collegialità dell’episcopato mondiale". E monsignor Mauro Parmeggiani, vescovo di Tivoli, aggiunge: "Il Papa ci sta dando un grande esempio di come si esce all’incontro dei giovani con lo stile, il linguaggio, i gesti, la compagnia, la vicinanza e il sorriso". "Credo che sia una grande speranza per il futuro della Chiesa e della società. Società che ha bisogno di punti di riferimento e di mete credibili". Anche monsignor José Valmor César Teixeira, vescovo di Bom Jesus da Lapa, Bahia, rilancia l’invito di Papa Francesco, a "uscire dalla sacrestia, andare a incontrare il popolo, specialmente i poveri e quelli che sono nel bisogno, coloro che sono senza speranza, per dare loro Gesù Cristo, che è Via, Verità e Vita". E il cardinale Sean Patrick O’Malley, arcivescovo di Boston, aggiunge: "Il grande consiglio che ha dato a tutti noi – vescovi, sacerdoti e seminaristi – è di abbandonare questa cultura della comodità, del consumismo e dell’efficientismo e aprirci al rapporto con l’altro, essere disponibili, diventare bravi ascoltatori".
Cultura dell’incontro. L’incontro di Papa Francesco al Teatro Municipal è una significativa icona di questa Chiesa giovane che va incontro alle periferie, alla vita. Doveva essere l’incontro del Santo Padre con la classe dirigente del Paese ma alla fine, per un "cambio di programma", al Papa si è presentata la società civile. E così nella lista delle persone che sono andate a salutarlo c’erano anche indios di due etnie diverse – Carajas e Macuzì – un rappresentante del Candomblé, una religione afrobrasiliana praticata prevalentemente in Brasile, un pastore presbiteriano e un rappresentante islamico. I vescovi esprimono tutta la loro gratitudine per la testimonianza che Papa Francesco sta dando della Chiesa. "È importante il messaggio che ci ha lasciato – commenta alla fine il cardinale Betori – sia in ordine alle radici del nostro ministero sia anche verso quelle che ne sono le finalità e, cioè, l’annuncio del Vangelo e la promozione di questa cultura dell’incontro, che è in grande contrasto con la cultura dell’esclusione, che domina, invece, nella nostra società. Gliene siamo grati e speriamo di saperne fare tesoro".