DIARIO DI VATICANISTA
Una rilettura del viaggio in Brasile e della Gmg con l’occhio privilegiato di chi il Papa lo vede da vicino
È formata da tre quadri la vignetta di un quotidiano brasiliano, a conclusione della visita del Papa: nel primo, si vede il Cristo del Corcovado a braccia spalancate. Nel secondo quadro, c’è Papa Francesco anche lui con le braccia aperte, rivolte verso la folla dei giovani a Rio. Nel terzo, Cristo e il Papa si abbracciano. Meglio di tante parole, come spesso accade, l’artista ha identificato così il rapporto che si è creato tra il vescovo di Roma e la gente di Rio, certo i giovani della Gmg, ma anche le tante persone che da tutta l’America Latina sono venute per incontrare il Papa.
Come dicono i brasiliani il Cristo del Corcovado ha le mani rivolte una verso la parte ricca della città, l’altra verso i quartieri poveri, le favelas. Francesco nel suo primo pellegrinaggio internazionale sembra quasi che abbia voluto accogliere questo silenzioso messaggio che viene dal simbolo per eccellenza della città di Rio. Così si è rivolto ai responsabili politici, economici della nazione, per dire loro che devono essere più vicini alla gente, senza elitarismo, assicurando dignità e solidarietà: i poveri non vanno calpestati come fossero polvere della terra.
Andare ad Aparecida per Francesco non è stato solo un momento di preghiera davanti l’immagine mariana miracolosa "apparsa", appunto "aparecida", nel vicino fiume a tre pescatori e affidare alla sua intercessione le giornate con i giovani, ma è l’occasione per ribadire, con la presenza e con le parole, l’importanza della quinta Conferenza degli episcopati latinoamericani, Celam, riuniti proprio nel santuario mariano nel 2007, con il suo documento conclusivo e il messaggio finale – ai quali ha dato un prezioso apporto proprio l’allora arcivescovo di Buenos Aires cardinale Jorge Mario Bergoglio – che sono programma di lavoro, di governo. E non è un caso che Papa Francesco ai presidenti, ai governanti, ai politici degli Stati latinoamericani consegni proprio quel testo perché sia strumento di lavoro per i cambiamenti che attendono il nuovo mondo.
Ma attenzione, quel documento non è relegato solo a quella parte del pianeta, ma vale per tutte le latitudini; e quando Francesco chiama in causa quanti sono impegnati a operare per il bene comune, lo fa guardando innanzitutto ai giovani che sono il futuro del mondo, che hanno la forza per andare avanti, ma che hanno bisogno degli anziani che "conoscono la strada", come recita un proverbio arabo.
La Gmg di Rio è stata una settimana piena d’incontri, un tempo di preghiera, di riflessione e di fratellanza; un tempo in cui Francesco fisicamente ha insegnato a uscire dai "recinti" che ci siamo costruiti e andare alle periferie dell’esistenza. C’è tanta sintonia tra il Papa e il nome che si è scelto per il suo pontificato: come Francesco di Assisi chiede ai giovani, ai laici, alle associazioni e ai movimenti di "andare a ricostruire la Chiesa". Lo fa da un continente che ha vissuto, e vive, una vera e propria emorragia di cattolici che si rifugiano nelle sette e nei nuovi movimenti pentecostali. Lo fa guardando al Vecchio Continente sempre più diviso tra relativismo etico e secolarismo. È il Papa che ha guardato negli occhi la gente per proporre, non imporre, il messaggio di speranza; e che dice ai vescovi di non essere presuntuosi imponendo le nostre verità: i poveri, i lontani sono i vip per la Chiesa.
Se ci siamo stupiti per il Papa che sale, e scende, la scaletta dell’aereo portandosi la sua borsa – "non c’è la chiave della bomba atomica", ha detto ai giornalisti sull’aereo – è perché ci siamo dimenticati del vescovo di Buenos Aires che ha fatto della sua presenza tra gli emarginati, nelle periferie dell’esistenza, la cifra del suo essere pastore. E quando a Varginha, la favela visitata a Rio, dice che una società che abbandona nella periferia una parte di se stessa non sarà mai pacificata, mette in primo piano non solo la richiesta di chi vive in queste baraccopoli di non essere dimenticato, ma soprattutto la convinzione che si cresce tutti assieme. Così il dialogo è la prima parola da sottolineare. Innanzitutto tra generazioni, dialogo come linea guida per risolvere anche i problemi che la politica affronta: una frase che sembra anche una risposta indiretta alle manifestazioni di questi giorni in Brasile.
Così ecco le sue parole contro il narcotraffico, contro la violenza che genera, diventano messaggio forte, perché è nelle realtà emarginate che la criminalità trova terreno fertile. Allora sottolinea come nessuno può rimanere insensibile alle diseguaglianze sociali: bisogna mettere fine alle ingiustizie.
E parlando ai giovani ecco che propone l’immagine della croce, le tante croci quotidiane, il silenzio delle vittime della violenza, innocenti, indifesi, che non possono più gridare; le croci delle famiglie in difficoltà, di chi ha perso un figlio, di chi soffre la fame in un mondo che spreca tonnellate di cibo; di chi è perseguitato per religione o idee, di chi ha perso fiducia nella politica egoista e corrotta, di chi ha perso la fede per l’incoerenza di cristiani e sacerdoti. È la croce di Cristo, dice il Papa ai giovani, che unisce e dà speranza.