DEMOGRAFIA
Le cause si moltiplicano: crisi economica, valori, ruoli sociali e professionali
Sollecitato dalla ricerca dei demografi dell’Istituto Max Planck di Rostock, Germania, sulle conseguenze pesanti della crisi economica sulla natalità nel “vecchio continente”, Sir Europa ha intervistato Jörg Althammer, docente di etica economica presso l’Università Cattolica di Eichstätt-Ingolstadt e direttore dell’Istituto per il matrimonio e famiglia nella società (Zfg), nonché consulente della Commissione per le questioni economiche e sociali della Conferenza episcopale tedesca.
I suoi colleghi demografi mettono in evidenza il drastico calo delle nascite in questi ultimi anni. Una sorpresa?
“Era prevedibile che il tasso di natalità diminuisse in una situazione di difficoltà economica. Gli autori però avvisano che questo può essere un effetto limitato nel tempo, per cui le nascite, che negli ultimi anni non sono avvenute, potranno essere recuperate nei prossimi, in circostanze più favorevoli. È un processo che abbiamo verificato anche in Germania nella fase di difficoltà legata alla riunificazione”.
La riduzione della natalità non era una tendenza già in corso?
“Occorre distinguere tra il lungo periodo, per cui in alcuni Paesi i tassi di natalità si sono abbassati già dagli anni ’70, e l’ulteriore diminuzione che gli studi notano nel breve periodo. Sul primo processo giocano fattori come la conciliazione tra lavoro e famiglia, in modo particolare per le donne ad alta qualificazione. Nei Paesi che hanno i tassi di natalità più bassi (Spagna, Portogallo, Italia) si riscontra che questa conciliazione è più difficile, e viceversa (come avviene per Svezia o Francia). La domanda oggi non è sulla decisione se avere una famiglia e fare figli; fattori come il contesto economico o i tassi di disoccupazione condizionano il momento della vita in cui collocare la scelta di avere figli”.
I figli erano in passato una forza lavoro, ma i sistemi produttivi sono cambiati…
“Un tempo avere figli era anche un modo per garantire la cura degli anziani. Oggi i sistemi di protezione sociale si assumono questo compito, per cui la decisione personale sul perché mettere al mondo dei figli, si è orientata al bene per il figlio stesso. La necessità di discendenza è intrinseca alla sopravvivenza della società, però oggi si lega ai nostri sistemi di sicurezza sociale: più lavoratori ci sono, più bassi sono i costi pro capite per garantirne il funzionamento. Gli abbassamenti dei tassi di natalità diventano quindi un problema, come per l’Italia che dovrà affrontare radicali riforme del suo sistema sociale e delle pensioni per reggere. Anche perché molto difficilmente le politiche possono far aumentare i tassi di natalità”.
Cosa succederà all’Europa?
“Certamente l’Europa diventerà vecchia. Come questo influirà sul suo ruolo nel mondo, non possiamo prevederlo ed è un problema politico, ma non economico. Non si può dire che un popolo più vecchio sia meno produttivo. Ci sono società giovani ma con una limitatissima produttività. La cosa importante è che i mutamenti demografici siano accompagnati da adeguate riforme politiche, ad esempio in modo che i lavoratori di più lungo corso siano continuamente riqualificati nelle loro competenze. Ciò detto, è fondamentale rendere accessibile ai giovani il mondo del lavoro. Certamente il popolo europeo diminuirà, in una misura per cui non potrà essere completamente compensato dalla nuova immigrazione. È però difficile prevedere fattori come l’immigrazione o anche l’allungamento della vita…”.
Perché l’immigrazione non può essere una “soluzione”?
Le donne immigrate si adeguano velocemente ai tassi di fertilità del Paese in cui si stabiliscono. Lo si è visto in modo evidente con gli immigrati turchi in Germania degli anni ’60. Se le donne turche avevano più figli, già con la generazione di turche nate in Germania, il numero dei figli è diventato uguale a quello delle donne tedesche. Certamente – va però riconosciuto – avremmo oggi un problema demografico molto più grave, se l’immigrazione non ci fosse stata”.
Quanto pesa la secolarizzazione in queste dinamiche demografiche?
“Il fatto di avere o meno una visione religiosa e un’adesione alla fede è un elemento che ha evidenti conseguenze. Lo verifichiamo nel mio Paese con la sensibile differenza tra cattolici e atei per quel che riguarda i livelli di fertilità. E ancora di più vale per i musulmani. Per contro, non legherei in modo mono-causale la de-cristianizzazione dell’Europa con la crisi delle nascite. Le trasformazioni della società sono molto articolate e complesse e non sono in modo così univoco legate alla secolarizzazione”.