TRENTATRÉ ANNI FA
Ricordate solennemente le vittime di una delle pagine più buie della storia repubblicana. Ancora senza mandanti
Trentatré anni dopo piazza Medaglie d’oro, a Bologna, è ancora gremita di persone, sotto il sole di agosto. Nell’atrio della stazione centrale, come ogni giorno e come pure quel 2 agosto 1980, la gente arriva e parte; fuori, la commemorazione di una delle pagine più buie della storia repubblicana: la strage alla stazione, che fece 80 vittime e oltre 200 feriti.
Consapevolezza storica. È una sorta di "festa della memoria", quella odierna, di tante pagine buie nella nostra storia recente. La presidente della Camera, Laura Boldrini, dal palco ha ricordato il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, la strage di Ustica e quella alla stazione, "tre eventi che ci hanno costretto a entrare nell’età della consapevolezza": lei era a Bologna, il 2 agosto, giovane universitaria marchigiana alla ricerca di una casa. "Ricordo perfettamente – ha aggiunto – lo sgomento, il dolore, il senso di smarrimento di tutti". Per il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che ha inviato un messaggio per l’occasione, "il meditato ricordo di quegli anni che hanno insanguinato il Paese non solo costituisce un doveroso e commosso omaggio alle vittime, ma è volto a diffondere e condividere con le giovani generazioni, che non hanno vissuto quelle vicende, consapevolezza storica, sensibilità civica, convinta mobilitazione a tutela dei principi democratici sanciti dalla nostra Costituzione". E il vicario generale dell’arcidiocesi di Bologna, monsignor Giovanni Silvagni, celebrando la tradizionale messa di suffragio ha accostato alla strage della stazione quelle del treno Italicus a San Benedetto Val di Sambro (4 agosto 1974) e del Rapido 904 (23 dicembre 1984).
Non possiamo accettare. Due giorni fa il sindaco di Bologna, Virginio Merola, si è impegnato a far intitolare "16 strade, piazze o giardini" ai morti nella strage alla stazione. Perché "non è storia passata ma una ferita presente", ha lamentato il presidente dell’associazione familiari delle vittime, Paolo Bolognesi. Quei morti sono "persone alle quali è stata tolta la vita perché considerate irrilevanti, masse insignificanti per la lucida follia terrorista". La loro prematura scomparsa non fu accidentale, "per loro – ha sottolineato Silvagni all’omelia – ci fu un lucido e perverso disegno che li ha voluti utilizzare come mezzo di pressione politica, facendo dello scempio della loro vita manifestazione del potere del terrore". Erano – ha rimarcato il vicario – "gente ‘qualunque’, che si sposta in treno", in seconda classe; "gente che viaggia per lavoro, per bisogno, per interesse, gente che si muoveva verso i propri cari". La Chiesa chiede giustizia, "ne hanno diritto i nostri figli", "ne hanno diritto tutti per non perdere la fiducia che la verità venga a galla". Giustizia chiede lo Stato, poiché sono stati condannati "gli esecutori, ma mancano – ha denunciato Boldrini – i mandanti, i burattinai, gli strateghi di quella carneficina". "Noi non possiamo accettare – ha rimarcato – che su questo elenco lunghissimo, su questo saldo di dolore ci sia sempre stato qualcuno che sapeva, ma non ha parlato".
Giustizia concreta. La presidente della Camera, accanto a sé, ha voluto la vedova di Torquato Secci, primo presidente dell’Associazione vittime. Lui diceva che "i morti sono scomodi" e lei lo ha ripetuto. "Dobbiamo essere scomodi", ha tuonato Boldrini, garantendo il suo sostegno all’attuazione della legge sul sostegno alle vittime delle stragi e chiedendo "giustizia concreta", lamentando "l’incapacità di fare chiarezza fino in fondo sui motivi del distacco tra cittadini e istituzioni". "Questa giustizia concreta ancora non l’abbiamo, è allora come si fa a innamorarsi delle istituzioni?", ha domandato, infervorando una folla con tanti giovani, a dimostrazione di una memoria ancora viva. Gli ottanta nomi che compaiono sulla lapide nella sala d’attesa della stazione di Bologna sono "segno di una ferita ancora aperta, ma anche di una nostra pretesa di verità". Non ci si deve arrendere. Trentatré anni dopo, la verità può ancora emergere.
a cura di Francesco Rossi