PRESSIONI DALLA CINA

Il governo nepalese” “stringe la presa” “sui rifugiati tibetani

Installate decine di telecamere di sicurezza nelle aree a forte presenza tibetana. Coinvolti anche i luoghi sacri al buddismo. Secondo i monaci buddisti si tratta di una “violazione dei diritti democratici”

Un vero e proprio programma di controllo e sorveglianza su rifugiati e attivisti tibetani, nelle aree della capitale Kathmandu, è stato disposto dal governo nepalese, che ha fatto installare diciannove telecamere di sicurezza nelle aree a maggioranza tibetana e altre sedici nella sola zona del Boudhanath Stupa, luogo sacro al buddismo. L’obiettivo dell’iniziativa è quello di monitorare le attività di rifugiati, attivisti per i diritti umani e sostenitori della causa tibetana, per evitare ogni tipo di piano, campagna o attività anti-cinese. Saranno registrati – il programma ha un costo di 2,5 milioni di rupie nepalesi – il traffico stradale e pedonale e le attività religiose in corso nei templi. Una "violazione dei diritti democratici", secondo i monaci buddisti.

Pechino e gli aiuti economici "condizionati". Secondo fonti raccolte da Asia News, che sono rimaste anonime per ragioni di sicurezza, "il programma di controllo è frutto della pressione del governo cinese. Pechino ha promesso aiuti economici in cambio di questo servizio di sorveglianza". Il Nepal ha 1.414 km di frontiera in comune con il Tibet e dal 1990 al 2006 la monarchia parlamentare, su consiglio dell’India, ha consentito la libera circolazione degli esuli tibetani nel Paese. Il Dalai Lama e i membri del governo tibetano in esilio a Dharamsala, in India – dove vivono oltre 120mila tibetani – hanno visitato più volte il Paese, che ospita più di 20mila rifugiati. Dopo l’abolizione della monarchia nel 2006 e la salita al potere di formazioni maoiste e comuniste, il Nepal ha cambiato la sua strategia politica, abbandonando lo storico alleato indiano e allacciando stretti rapporti con la Cina. In cambio di aiuti economici, il Governo cinese ha chiesto la chiusura delle frontiere con il Tibet e la repressione di qualsiasi manifestazione anti-cinese.

L’ostilità della Cina nei confronti dei tibetani. La Cina continua, quindi, un’attività palesemente ostile nei confronti della minoranza tibetana. Pochi giorni dopo i festeggiamenti per il 78mo compleanno del Dalai Lama, nei primi giorni di luglio – durante il quale, la polizia cinese ha sparato su un gruppo di tibetani – un alto funzionario del Comitato Centrale Cinese, ha dichiarato: "Il Dalai Lama è stato a lungo impegnato in attività secessioniste, che ledono sia gli interessi comuni di persone di varie etnie, sia le tradizioni del buddismo tibetano". Il funzionario ha chiesto anche il proseguimento di "una lotta assoluta contro la cricca del Dalai Lama". I propositi del Governo cinese si esplicano anche sotto forme paradossali, come quella delle scorse settimane, disposte dalle autorità della provincia di Qinghai, che hanno posto restrizioni al possesso delle foto del Dalai Lama, picchiando e arrestando coloro che intendevano resistere alla loro confisca.

La risposta del Dalai Lama. Di fronte a queste ed altre persecuzioni che si esplicano da decenni nei confronti di una minoranza religiosa – con alcuni suoi membri, in particolar modo i monaci, che a centinaia si immolano, in un tentativo estremo di protesta e di difesa dei propri diritti – sembra quanto mai prudente e costruttiva, invece, la risposta del Dalai Lama, il quale recentemente ha dichiarato: "La generazione attuale può creare condizioni migliori e costruire un mondo in cui tutti possano vivere in armonia e in uno spirito di convivenza". Il leader spirituale dei tibetani offre la propria disponibilità per la soluzione di un conflitto che si inasprisce sempre di più, nell’indifferenza di tanti.