NEGOZIATI ISRAELE-PALESTINA" "
Il vicario per la Palestina, William Shomali: “I negoziatori sono chiamati a scelte coraggiose che abbiano alla base il concetto di legittimità internazionale”. Un nuovo fallimento aprirebbe le porte alla disperazione
Dopo tre anni di stop e di gelo tra le due parti, sono ripresi, il 29 e 30 luglio, a Washington (Usa) i negoziati di pace tra Israele e Palestina. A rimettere intorno al tavolo i negoziatori, il palestinese Saeb Erakat e l’israeliana Tzipi Livni, ministro degli Esteri del governo guidato dal premier Benjamin Netanyahu, è stato il segretario di Stato americano, John Kerry. Nove i mesi di tempo che i negoziatori si sarebbero dati per giungere a un accordo che ponga fine a oltre 60 anni di conflitto. Gli sforzi diplomatici americani sono stati ulteriormente segnati da una conversazione telefonica, il 1° agosto, di Barack Obama con il premier Netanyahu e il presidente dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas. Ai suoi interlocutori il presidente Usa ha ricordato il grande lavoro che li attende, ma nel contempo ha ribadito anche il sostegno degli Stati Uniti d’America a questo enorme sforzo per arrivare a una pace giusta e duratura, basata sul principio dei due Stati. La soluzione, infatti, va ricercata in quello che ormai tutti gli analisti, e non solo, hanno definito il principio "due Stati per due popoli", che permetterebbe a Israele di vivere "in pace e sicurezza" vicino a un nuovo Stato palestinese, creato in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, territori che Israele ha occupato durante la guerra dei Sei giorni, nel 1967. Nel 2010 i negoziati si arenarono davanti alla questione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Ora il cammino è ripreso e una seconda tornata di colloqui è prevista per metà agosto. Una cosa, sin d’ora è certa: questi negoziati sono destinati a rimanere riservati come annunciato dallo stesso Kerry che avrà il compito di riferire all’esterno lo sviluppo. Al di là dell’ottimismo americano non manca lo scetticismo intorno a questo nuovo tentativo di dialogo, come dimostra un sondaggio dell’Università di Tel Aviv, pubblicato dal "Jerusalem Post": il 79% degli ebrei israeliani non si aspetta molto dai negoziati diplomatici con i palestinesi. Solo il 18% crede che la speranza sia alta. Fra gli arabi d’Israele gli "ottimisti" sono il 47%, i "pessimisti" il 41%.
La soddisfazione della Chiesa cattolica. La notizia della ripresa del dialogo è stata accolta con soddisfazione dal Patriarcato latino di Gerusalemme, guidato dal patriarca Fouad Twal. Il suo vicario per la Palestina, monsignor William Shomali, in una dichiarazione resa al Sir, afferma: "Siamo felici che i negoziati siano ripresi e apprezziamo lo sforzo messo in campo dalle due parti. Tuttavia, non nascondiamo le difficoltà che dovranno essere superate, in modo particolare quelle legate ai confini del futuro Stato palestinese e allo status finale di Gerusalemme". Per il vicario, "si tratta di temi che richiederanno tanta buona volontà ai due team negoziali perché si giunga a una conclusione positiva". Un realismo che fa memoria dei tanti fallimenti di precedenti negoziati e delle tante illusioni provocate da altisonanti annunci di pace vicina e di accordo a un passo. "Da parte nostra – aggiunge Shomali – accompagneremo con la preghiera questo nuovo sforzo di dialogo nella certezza che il Signore ascolta le nostre suppliche. Pregheremo per tutti e, in modo particolare, per i negoziatori. Il nostro ottimismo si lega alla speranza in Dio". "I negoziatori sono chiamati a scelte coraggiose che abbiano alla base il concetto di legittimità internazionale", ribadisce il vescovo, per il quale resta fondamentale "la questione dei confini che non può non tenere conto delle frontiere del 1967". Il ruolo degli Usa e della comunità internazionale mai come ora, spiega il vicario, "sarà importante. Kerry mi sembra molto serio e impegnato a trovare il bandolo della matassa di questa crisi ultradecennale. Lo vedo attivo e perseverante. Obama, in questo secondo mandato, sembra molto più impegnato economicamente e politicamente sul fronte mediorientale, lo stesso vale per l’Unione europea. Mai, forse, come stavolta, israeliani e palestinesi sono coscienti che l’occasione di negoziato potrebbe essere l’ultima. L’alternativa sarebbe la disperazione. Le due parti devono lavorare e negoziare, concordare concessioni per arrivare a una conclusione giusta. Un poco di speranza ce l’ho e confido nella serietà di Kerry e in quella dei politici. Ma soprattutto – conclude il presule – confido nella protezione di Dio che ci chiede di pregare per la pace di Gerusalemme. Ed è ciò che abbiamo sempre fatto e continueremo a fare".
a cura di Daniele Rocchi