MARCINELLE

Quelle lampade accese

Ieri alla miniera belga il messaggio dei minatori, a 57 anni da una tragedia che non può e non deve essere consegnata agli archivi

Le loro lampade erano accese ieri mattina anche se il sole illuminava il piazzale antistante le due torri metalliche della miniera "Bois du Cazier" a Marcinelle.
Il loro silenzio accompagnava i 262 rintocchi della campana "Mater Orphanorum" e lo scandire dei 262 nomi delle vittime dell’8 agosto 1956. Per 136, volti, nomi e cognomi italiani.
I minatori erano là, con la fierezza e l’umiltà, che trovavano espressione anche nelle tute di diverso colore e nelle attrezzature di lavoro.
Uno di loro, notata la curiosità per le fiammelle dentro i piccoli cilindri di vetro protetti da una gabbia metallica, dice sorridendo "Sont les flambeaux de la mèmoire". Sono le fiaccole della memoria.
Queste lampade servivano per segnalare il pericolo più temuto, il gas, in arrivo dentro i cunicoli della miniera.
Oggi, ecco il messaggio dei minatori, ci sono lampade da tenere accese perché ancora molti sono i pericoli che, non solo nel mondo del lavoro, incombono sulla dignità e sui diritti dell’uomo.
Queste lampade sono accese per dire che quei 262 uomini non sono atrocemente morti invano. Il loro sacrificio, che si riunisce a molti altri nel mondo, non può non scuotere la coscienza. Sono come i rintocchi della campana su un piazzale che qualcuno, in anni passati, avrebbe voluto cancellare costruendo un supermercato.
Ed è stato un missionario, allora al servizio delle comunità italiane in Belgio, a impedire la rimozione della memoria. Con il sostegno deciso e decisivo dei minatori.
Ora all’ingresso del sito minerario c’è uno striscione Unesco con la scritta "Patrimonio mondiale".
La grande lezione di umanità, di responsabilità e di speranza dei minatori è stata ascoltata ma quelle lampade accese nel giorno della memoria avvertono che il pericolo non è cessato e occorre essere vigili perché ci sono ancora rischi nella terra, nella mente e nel cuore.
"Perdonare sempre, dimenticare mai": la frase è riecheggiata ieri nella celebrazione della Messa, nell’ascolto delle riflessioni dei rappresentanti di altre Confessioni cristiane, di altre religioni, della laicità francese e nella deposizione d’innumerevoli corone di fiori ai piedi dei monumenti nel cimitero e nella piazza di Marcinelle.
La storia non si cancella, gli errori non vanno in dissolvenza ma le persone e i popoli non si possono condannare per sempre. Non si può togliere loro la possibilità di tornare alla luce dopo il buio.
Sono ancora una volta le lampade dei minatori a ricordare che alla strada dell’odio, della vendetta e del rifiuto occorre porre con convinzione e lungimiranza l’alternativa della strada della riconciliazione.
Anche l’Europa deve qualcosa a questi uomini che anche sotto terra vedevano il cielo.
La verità, la giustizia, il perdono sono i percorsi indicati dalle vittime di Marcinelle, i cui volti "parlano senza parole" nel memoriale eretto sotto una delle torri minerarie.
Il loro messaggio bussa con insistenza alla porta dell’attualità perché la migrazione, in un tempo di crisi, è ancora più intrisa di fatica, d’incomprensione, di lacrime.
E questo pensiero torna quando Laura Boldrini, presidente della Camera dei Deputati, dice in questo luogo della memoria e della speranza che "gli
immigrati che arrivano a Lampedusa hanno gli stessi occhi dei
nostri padri che arrivarono a Marcinelle".
È vero. Il memoriale lo conferma, bisogna però fermarsi, guardare uno a uno quei volti e leggere la didascalia che racconta una vita, una fatica, una speranza.