DISCONNESSIONI/7

Lo sguardo miope” “di Martin Amis” “nell’inferno metropolitano

Nei suoi romanzi la realtà sembra unicamente fatta di violenza, sesso a pagamento, alcool e droga, in un mondo a senso unico e lontano dalla ricchezza di quello reale

Portare a estreme conseguenze un pensiero può essere pericoloso, anche in narrativa. Si perde il contatto con la realtà. Uno potrebbe obiettare che racconto e realtà sono due dimensioni diverse, e allora ci dobbiamo intendere su cosa sia il reale. Poco meno di cento anni fa si pensava che la scienza avesse chiarito tutto, che esistesse un mondo conoscibile fuori di noi, salvo poi assistere ad una clamorosa marcia indietro, dal Principio di Indeterminazione in poi: il fatto di compiere un esperimento ci rende parte del fenomeno che vorremmo osservare. Non è possibile uno sguardo neutro. Quello che noi chiamiamo realtà è una parte piccolissima della vera realtà, che non è fatta solo di materia. Se il concetto stesso di realtà viene messo in discussione, a maggior ragione la letteratura può accampare i suoi diritti "reali". Se non possiamo davvero conoscere oggettivamente, è probabile che lo scrittore colga qualcosa di "vero", come è vero un sasso, come è vera una molecola, che, a differenza del sasso, non si vede, ma c’è. La scrittura è in grado di interagire con la realtà, di creare universi di senso, valori. Dante, Dickens, Tolstoj, Manzoni, Chesterton, lo hanno fatto, opponendo un’etica ai cantori del nulla, anche quando era molto scomodo farlo.
Se si parla di una letteratura che cerca di cogliere la realtà, ma in modo parziale e riduttivo, non possiamo non pensare all’inglese Martin Amis: il suo "Money" (1984) è stato dichiarato dal Time uno dei migliori cento romanzi di lingua inglese dal 1923 al 2005. Anche un autorevole giornale può prendere abbagli, perché se mai il miglior romanzo di Amis è "Altra gente", questo sì in grado di andare in profondità nella psiche metropolitana. Money è ben poca cosa al confronto.
Ma a parte le sviste – interessate – della critica, il problema è che Amis si lascia prendere la mano e prova a parlare non più come scrittore, ma come opinion maker, e allora sono guai. Che epoca disgraziata è quella in cui uno scrittore propone come soluzione per l’invecchiamento della popolazione una cabina per l’eutanasia, dove sia possibile avere, come fosse un antiquato gettone telefonico, una pillola per farla finita dopo i settanta.
Come molti, purtroppo, Amis non si rende conto – o forse se ne rende conto fin troppo – che le parole sono pietre. Le stesse che piovono anche nei suoi romanzi, sotto forma di bastonate, calci, violenza urbana, alcolismo, dialoghi non proprio adatti allo stile del luogo di nascita di Amis, Oxford, pornografia, sesso a pagamento, paranoia, autodistruzione. Il suo romanzo più celebrato è un assembramento di tutto questo. Le classifiche sono anch’esse segno dei tempi, anzi, ne sono schiave. La scrittura ha preso la mano al suo creatore: se tutto è merce, allora anche la "merce uomo", arrivata ad una certa età, può essere "ritirata", come gli androidi umani del romanzo di Philip Dick che ha ispirato Blade Runner.
L’uscita di Amis ha fatto scalpore, ma lui voleva proprio questo. Il che non deve sorprenderci: siamo in una società in cui dire cose poco opportune porta gloria e soldi. E allora il circolo vizioso si chiude: narrando una realtà a senso unico la si propone come unica (questo non vuol dire ignorare l’esistenza anche di quella realtà), come se non ci fosse che quella corsa scatenata a soldi, superalcolici e auto-dissoluzione. Con il risultato di renderla assoluta, e, peraltro, mostrando una singolare miopia: non si vede la ricchezza della vera vita, la varietà dell’esistente. Per usare un termine sportivo, si "liscia" il reale.
Per Amis (che pure ha mostrato coraggio nell’attacco ad alcuni feticci della modernità e ai progetti novecenteschi di società-paradiso sulla terra) c’è solo questo inferno metropolitano; gli altri, quelli che non ne sono schiavizzati e non ci pensano minimamente di entrare in quelle funeree cabine metropolitane, semplicemente non esistono.