LUCI E VOLTI DALL'AFRICA" "

Inseguendo un altrove

Si ha memoria di cose non vissute. Di cose vissute da altri, attraverso le loro parole. E quando le parole vengono da tuo padre che non c’è più perché è morto giovane, nella loro emozione, nella loro meraviglia, nel sogno che veicolano di ritrovare ciò ch’è stato perso, si nasconde la riacquisizione di un’identità, quella di figlio. Rispetto ad essa non conta essere padri, e neppure nonni, aver cioè sperimentato in sé un’identità genitoriale estesa a due generazioni, infinitamente amate. Si può essere padri, nonni, bisnonni: si continua a volere anche un altro tipo di amore, quello mancato.
I giuristi romani avevano un motto, che dice semel heres semper heres, una volta divenuti eredi lo si è per sempre. In termini affettivi andrebbe letto al contrario: una volta perso l’amore da cui si proviene, se ne rimane orfani per sempre. Certo è un sogno impossibile ridiventare figli, se non lo si è più. Ma nessun risveglio potrà mai aver ragione di questo sogno; nessuna alienazione cancellare un’identità voluta, bramata e forse inseguita nelle stesse generazioni cui si è dato vita.

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Nel 1939 mio padre è un giovanissimo sottotenente della PAI, Polizia Africa Italiana, appena arrivato in Etiopia. Varie foto lo ritraggono in divisa, alto, abbronzato, piuttosto bello di lineamenti com’è sempre stato, ma anche magro e coi capelli, che a vent’anni cominciano già a diradarsi; la precoce calvizie, maledizione dei capelli biondo-rossicci che abbiamo in famiglia, è un tratto genetico che mi ha trasmesso. Nelle foto che lo ritraggono non guarda mai l’obiettivo: dev’essere una moda dei giovani dell’epoca farsi fotografare di profilo. Tanto in quelle scattate sul ponte dell’incrociatore che lo porta in Africa, quanto in quelle scattate nelle varie sedi dell’Etiopia dove presta servizio, guarda sempre, infatti, un punto lontano oltre l’orizzonte. Lo fanno anche i suoi colleghi, che si mettono in posa ognuno fissando un punto diverso dall’obiettivo sicché non può trattarsi di un caso; l’obiettivo viene guardato solo nelle foto di gruppo. Forse un giovane del ’39 ha il mito romantico della contemplazione di un’altra vita. Insegue un altrove: vuol trasmettere di sé un’idea di dedizione a qualcosa che i suoi occhi sognanti non possono rivelare. O forse – sapendo che molte di quelle foto andranno alla fidanzata – vuole dimostrarle la sua nostalgia, il cercarla con la fantasia oltre il grande spazio frapposto tra se stesso e lei, e farle capire che pensa a lei e la vorrebbe accanto.