LUCI E VOLTI" "DALL'AFRICA" "

Bimbi, mosche, ” “seni vizzi ” ” ” “

In una foto scattata in Africa, mio padre poco più che ventenne è seduto su un masso, con un tukul alle spalle e accarezza un cane, ciò che provoca in me, ancor oggi, a distanza di settant’anni da quando quella foto fu scattata, domande alle quali lui non può più rispondere. Una riguarda proprio il suo rapporto con gli animali. Animali domestici – s’intende – come il cane. Dev’essere stato un rapporto complice e divertito, affettuoso e magari un po’ distratto, perché lui era così, affettuoso, scherzoso, volitivo, ma anche malinconico a volte, rapito a guardare un orizzonte lontano come un miraggio; un orizzonte che, tornato in Italia, si sarebbe alimentato per decenni di mal d’Africa.
Nel 1939 è di stanza ad Addis Abeba, la capitale, e aspetta che la futura sposa, mia madre, lo raggiunga dato che – per qualche strana norma del regolamento di polizia, di quelle che condizionano l’esistenza d’un essere umano, e di cui poi si perde traccia, insieme col senso che le ispirava – possono anticiparsi le nozze, prestando servizio un paio d’anni nelle colonie. In realtà vuole restarci. È più africano che italiano, essendo cresciuto in Etiopia dagli otto ai quindici anni. Orfano, è stato infatti imbarcato da bambino, con un fratello di un anno minore di lui, e mandato da uno zio e una zia senza figli, che hanno un’avviata attività di coltivazione e commercio di caffè sulla meravigliosa piana alle spalle di Harar. È uno dei paradisi coltivati d’Africa, quell’altopiano a duemila metri d’altezza, citato anche negli scritti di Karen Blixen. È la piana a coltura più alta dell’Africa orientale; non si sottrae a un implacabile sole, ma si affranca dal clima torrido che c’è a valle, dove si avverte di più l’essere in un’area subequatoriale e subsahariana, compresa tra l’equatore a Sud e la superficie desertica più estesa del pianeta a Nord. È un ecosistema delicato. Da decenni i media ci hanno fatto conoscere di cosa siano capaci siccità prolungate laggiù, mostrando migliaia di rifugiati, sotto esili tende col logo dell’ONU o di altri organismi internazionali che li assistono, piantate tra sterpi e arbusti mossi dal vento. Sotto ad esse, o accanto ad esse, ci sono bimbi scheletrici, attaccati ai seni vizzi delle madri, con mosche sugli occhi e sulle narici. Nel ’39 questa triste esperienza è ignota al mondo. Le morìe di esseri umani e di animali restano consegnate, come triste retaggio, all’esperienza dei popoli che periodicamente le affrontano.