LUCI E VOLTI" "DALL'AFRICA" "
Ad onta degli orrori che diverranno noti nei decenni successivi, l’Africa coloniale alla fine degli anni ’30 conserva dunque un’illusoria grazia, che deriva dal chiudere gli occhi su di essi. Ma illusoria o reale che sia, essa è tale da stregare un bambino orfano, piovuto in un mondo che non si aspettava mai di conoscere e messo in condizione di interagire col contesto che lo circonda sperimentando una felicità mai vissuta nella terra d’origine, l’Italia.
Così mio padre prende ad avventurarsi in questo mondo magico. Gli altipiani alle spalle di Harar non sono terrestri, quanto piuttosto lunari. Sono sterminati pianori su montagne dai colori incendiati dal sole di giorno, fasciati del biancore della luna di notte. Le albe cantano, coi misteriosi cinguettii d’infinite specie d’uccelli levati al nuovo giorno che sorge; svegliano con essi uomini e animali e li rimettono in moto nella quotidiana lotta per la vita. I tramonti hanno il lungo, regale lamento di un addio; il sole si congeda dal mondo dopo avere regalato un altro raggiante giorno, con uno spettacolo di colori di cui pare che, sommamente, si sostanzi ciò che viene chiamato "mal d’Africa": il rosso, l’arancio, l’oro che cedono al turchese e infine all’indaco punteggiato di stelle pare s’insedino nell’anima di chi li ha contemplati per non lasciarla più.
Mio padre è un bambino venuto al mondo d’Africa. Ci è rinato. Comincia a conoscere i suoi coetanei di colore, a giocarci, e ha tutto da imparare da loro, seguendoli e diventando un africano bianco, vestito diversamente da loro, ma con un abito mentale sempre meno diverso. Se fosse adulto, verrebbe guardato come un appartenente a una civiltà più avanzata, per non dire dominatrice, e ciò farebbe ritrarre gli africani. Ma da bambino non è prigioniero di queste barriere che il tempo erige; la voglia di giocare dei bimbi le scavalca tutte. I piccoli etiopi, i piccoli somali gl’insegnano tante cose: spezzano arbusti che paiono morti e rinsecchiti per farne colare gocce di un liquido zuccherino da bere; catturano piccole lepri che le loro madri arrostiscono, o cuociono nel latte acido di capra; mangiano focacce di una farina strana, cotta sulla pietra arroventata, con cui sostituiscono il pane. Il gioco più divertente è salire sui dromedari, che però s’imbizzarriscono se sentono la voce di un bambino e possono mettersi a correre, mentre se hanno un adulto vicino rimangono tranquilli. Non sono solo le navi del deserto. Sono le navi degli altipiani.