LUCI E VOLTI" "DALL'AFRICA" "
I bambini etiopi e somali con cui mio padre e suo fratello passano le giornate alla piantagione sono quasi tutti figli di lavoranti. Non sono pastorelli figli di allevatori erranti, dediti a un gramo nomadismo, sradicati da un luogo di appartenenza e privi di casa, venendo questa sostituita da una tenda, spesso fatta solo da due lunghi arbusti su cui stendere un panno per riparare dal sole i neonati. I bimbi della piantagione sono figli di una élite che tiene al proprio stato, di quasi-bianchi orgogliosi di pronunciare, come possono, qualche parola di una lingua come l’italiano, e anzi ne hanno inventata una intermedia, tra l’italiano e la loro. Anche mio padre e mio zio sono orgogliosi di star imparando, oltre all’inglese, un po’ d’amarico, che pur essendo la lingua ufficiale d’Etiopia non è tuttavia quella prevalente nel guazzabuglio linguistico che contraddistingue le piane di Harar.
Col passare degli anni, i giochi durano di più coi maschi, perché a una certa età le bambine scompaiono. Vengono come ritirate dalle famiglie. Devono prepararsi a divenire donne e madri e lo diventano presto. Sono di fatto vendute alla famiglia del marito con una determinata dote. Possono essere date in spose anche a undici, dodici anni a un giovane o anche a un uomo maturo di una determinata condizione sociale, perché la sposa, qui, è merce di scambio e vale la dote che porta, soprattutto in bestiame. Così una bambina può partorire a tredici anni, e se fino a ieri era la compagna di giochi, può riapparire all’improvviso con una creatura dietro le spalle, avvolta in una fascia (sempreché sopravviva al parto) generando altre brevi vite per un nuovo, breve ciclo di esistenze. C’è molta poesia nelle foto che vedono queste giovanissime madri sorridere all’obiettivo; ma c’è una vita che non sorride, tranne quei brevi attimi, dietro l’immagine. Chissà se al bravo fotografo viene in mente di tentare di captare l’esistenza a cui l’immagine, isolandone un attimo, farà inevitabilmente violenza. Probabilmente no. Quello è un mondo estraneo alla fotografia. Lui è attento ad astrarre bellezza dall’inquadratura ed è scontato che miseria e precarietà del vivere ne restino fuori. Non ha colpa nel far ciò e anzi bisogna congratularsi per il risultato. Ma quella che si vede in foto non è la vita reale.