LUCI E VOLTI" "DALL'AFRICA" "

Viaggiare” “non è ” “spostarsi

Guardando le foto della nave, io immagino l’emozione di mio padre mentre è in viaggio da sottotenente sul piroscafo per tornare nella sua Africa e mi pongo delle domande. Avrà ricordato il viaggio fatto tredici-quattordici anni prima, da orfanello, col fratellino? A chi saranno stati affidati a bordo, prima dell’incontro con uno zio e una zia mai visti prima? Con quale animo avranno affrontato quel primo viaggio verso un mondo sconosciuto, prima che l’Africa spalancasse loro le porte di una nuova vita? Era un lungo viaggio ed erano piccoli, senza adulti accanto. Ma se li conosco – se ricordo come riuscivano, con un po’ d’incoscienza a volte, a inventarsi occasioni di coraggiosa allegria in ogni esperienza di vita – forse non sarà stato un viaggio tanto triste.
Viaggiare per mare è infatti il vero viaggiare tra continenti. È una grande esperienza di vita. E per l’Africa rappresenta un viaggio attraverso il tempo, oltre che attraverso lo spazio. Uno scrittore, Francisco Coloane, ha detto che l’aereo è trasferimento nello spazio e solo la nave è viaggio. È vero; con una conseguenza tra l’altro particolare, nella contemporaneità, su quelle specifiche rotte, oggi poco trafficate fuori dai canali commerciali; solo i mercantili ne solcano le acque come sono state solcate per millenni, in quanto pericolose per la presenza dei pirati somali. Ci si sposta in aereo, oggi, su distanze come quelle che un piroscafo percorreva nel ’39; ma volare annulla tutto. Annulla l’acqua e la terra, annulla le coste bordeggiate, annulla i paesaggi intravvisti cabotando, laddove l’acqua si fa subito fonda presso la terra; annulla la differente, progressiva potenza della luce, che non lascia ombra a mezzodì a mano a mano che si scende, nell’emisfero boreale, in direzione dell’equatore. In aereo, tutto il graduale approccio a un mondo viene inghiottito da un etereo nulla, anche allo sbarco, con gli aeroporti che somigliano un po’ tutti per cui, finché non ci si sposta sulla terraferma, si pensa di non essere neppure in un’altra terra, bensì in un terminale identico a quello da cui si proviene: scompare la progressiva appropriazione dell’altrove, ch’è da millenni l’essenza del viaggio.
Comunque sia, io credo che questi due bambini orfani abbiano iniziato il loro vero viaggio solo arrivati a destinazione, sull’altopiano. Devono aver cominciato a girarlo a poco a poco e ad avvertire un crescente respiro in essa, una dilatazione di ossigeno non legata solo ai duemila metri di altitudine: dove cresce spontanea, prima d’essere coltivata, la varietà al mondo più pregiata di caffè, l’arabica.