LUCI E VOLTIDALL'AFRICA" "
L’Africa italiana del ’39 è un mondo arretrato di eterogenee, antichissime culture, dove i ritmi e i gesti di vita non sono molto diversi da quelli ripetutisi per millenni. I contadini arano a mano la terra; se hanno una coppia di buoi fanno già parte della più elevata classe sociale dei proprietari di bestiame, dei quasi-allevatori, in un Paese dove il bestiame resta la secolare unità di misura della ricchezza. Le donne figliano, accudiscono i figli, seguono la casa, fanno da mangiare e rifigliano. Posano per le foto in strada, o davanti ai tukul, con abiti lunghi indossati soprattutto come segno di status – sotto il sole d’Etiopia durante il giorno non ce ne sarebbe bisogno – con ornamenti che nei villaggi racchiudono codici di rango sociale oggi non più decifrabili, legati al numero di collane o di bracciali, al tipo di orecchini, alla larghezza dei cerchi tra i capelli e alla foggia degli anelli da naso.
Più sono adulti e di elevato rango sociale, più sono vestiti, gli etiopi; più sono giovani, più sono nudi. Un ragazzo che ha cacciato un ghepardo addosso ha solo un gonnellino identico a quello degli antichi egizi, annodato in vita allo stesso modo; il prete copto indossa una veste bianca stretta al collo e brache bianche, sotto a un mantello che il vento apre a campana; in testa, sopra la fascia a turbante, ha una mitria sormontata dalla croce mentre con la mano regge un pastorale la cui croce in filigrana ha dissolto l’emblema della passione cristiana in un radiante motivo geometrico; mentre per quanto riguarda i copricapo che vengono indossati e sono tra i più eccentrici al mondo, bisognerebbe aprire una parentesi, perché spesso, oltre che ornamentali e indicativi di rango, sono ombrelli da sole, sì… cappelli-ombrello contro l’implacabile sole subequatoriale, decorati con frange e ricami in oro. E infine tutti sono scalzi qui, dove la calzatura non è prodotta ma importata e quindi non si trova, ma comunque a causa della temperatura stenta proprio ad attecchire come una violenza ai piedi, da sempre abituati a calcare nudi la terra; curioso vedere kaftan anche sontuosi, con ricami arabi dorati, che scendono fino a piedi scalzi e impolverati.