LUCI E VOLTI" "" "DALL'AFRICA" "
A guardare l’abbigliamento della gente d’Etiopia e Somalia ci si fa un’idea delle differenti etnie, classi sociali e culture presenti in quest’area. I giovani contadini indossano solo un gonnellino, e in testa una fascia che mal disciplina la folta, crespa chioma. I mercanti, col turbante in testa, si riconoscono per la giacca messa sopra la veste e le brache bianche. Le donne maritate o in età da marito possono avere il volto scoperto e i capelli, legati in sottilissime treccine, tutti tirati indietro, a ricasco sulla nuca dove si raccolgono in una treccia più spessa, sospesa. Altre donne – nelle aree dove l’influenza islamica s’è più fatta sentire – hanno il corpo completamente coperto di vesti scure come chador, compreso il volto, fino agli occhi; indossano vesti nere, coprenti, negative di un’identità, che i monili fatti di monete discendenti lungo il fazzoletto a ricami, steso dagli zigomi al petto, non riescono a ingentilire. I preti e gli ecclesiastici della complessa gerarchia copta sono stracarichi di vesti talari, dalmatiche, mantelle e manti. I guerrieri a cavallo sembrano usciti da un perdurante medioevo: impugnano il moschetto, ma non rinunciano allo scudo, perché in giro ci sono ancora soprattutto lance e spade. I cacciatori armati di lancia a volte usano giovani leoni ammaestrati per cacciare.
E non in Etiopia, bensì in Nubia, più di mille chilometri a Nord, succede a mio padre qualcosa coi leoni che occorre raccontare. Quando lo faceva lui, usava introdurre la terrificante e scherzosa narrazione con una citazione tratta dalle antiche carte geografiche dell’Africa.
I geografi romani avevano una percezione vaga della fascia subsahariana dove non si erano mai spinti e collocavano tutto sotto il nome di Terra Incognita Etiophiae, Terra Sconosciuta d’Etiopia, che segnava l’estremo limite da cui provenivano notizie da parte dei mercanti con cui trattavano. Sotto alla prima scritta, ce n’era sempre un’altra che recitava: Hic sunt leones, qui ci sono i leoni, intesi come rappresentativi di tutti gli animali selvatici, a indicare l’estremo confine del mondo civile abitato, e l’inizio del regno incontrastato delle fiere, che vi si aggirano in libertà; scritta poi divenuta proverbiale nella contemporaneità per indicare qualcosa di pericoloso da affrontare.