VLADIMIR GHIKA
Attualità del messaggio del prete martire proclamato beato il 31 agosto a Bucarest
“Nel martire risplende il volto del vero essere umano; nel suo carnefice il volto sfigurato dell’uomo peccatore”. Le parole del cardinale Angelo Amato, nell’omelia della messa di beatificazione celebrata il 31 agosto a Bucarest, invitano lo sguardo a posarsi sui grandi ritratti del Beato Vladimir Ghika esposti nell’affollatissimo Romexpo. Quegli occhi penetranti, quei capelli candidi, quella lunga barba bianca, quella consunta veste talare erano, si direbbe oggi, il suo “look” nelle presenze in diverse città di Europa, nei viaggi apostolici nel mondo e anche nel cammino della sofferenza patita all’età di 80 anni nel carcere di Jilava dove moriva nel 1954.
La nobiltà del Vangelo. Non aveva mai rinunciato alle sue nobilissime origini – tanto è vero che nelle copertine dei suoi libri c’è la dicitura “Principe Vladimir Ghika” – ma aveva portato questa nobiltà alle altezze del Vangelo traducendola nella parola “umiltà”. Nobiltà e umiltà sono oggi nei volti di un popolo in festa per il suo “monsignore”, come veniva affettuosamente chiamato. È la prima volta che nella diocesi di Bucarest si celebra una beatificazione: le preghiere e i canti si snodano con una dolcezza e un’intensità che fanno pensare al fallimento di un’atroce persecuzione: i carnefici, già giudicati dalla storia, non sono riusciti a cancellare la fede di un popolo. Vescovi e preti latino-cattolici e greco-cattolici erano fiaccole accese la cui luce andava oltre il buio delle prigioni.
Il sogno dell’unità. Il card. Amato richiama il “cuore ecumenico” di Vladimir Ghika che da ortodosso si fece cattolico. “Sognava l’unità della Chiesa. Egli proponeva la santità come un mezzo indispensabile per promuovere l’unità dei cristiani. Vedeva nell’esercizio della carità il luogo di una nobile emulazione tra tutti i cristiani. L’ecumenismo doveva essere fondato sull’apostolato dell’amore, rispettando la libertà e la buona fede altrui ed evitando polemiche inutili e dannose. Inoltre, egli vedeva nel martirio di milioni di cristiani ortodossi perseguitati soprattutto in Russia e nell’Europa dell’Est dai regimi comunisti la garanzia di una vera risurrezione, che, nella logica del mistero pasquale, doveva portare all’unità ritrovata”.
Un messaggio all’Europa. L’amore di Vladimir Ghika per il suo Paese era anche l’amore per l’Europa e per il mondo. “Il respiro europeo del servizio pastorale, culturale e caritativo – ricorda monsignor Ioan Robu, arcivescovo di Bucarest e intrepido iniziatore della causa di beatificazione – rende più che mai attuale l’appello del Beato a un’Europa spesso stanca e indifferente, perché ritorni alla fede e ritrovi così la sua identità e la sua vocazione alla solidarietà, alla pace e alla giustizia che possono essere realizzate solo nel disegno d’amore di Dio per l’uomo”. “Accolto come un re in tutti i salotti culturali d’Europa – aggiunge l’arcivescovo – Vladimir Ghika ha rinunciato a tutto per servire il Signore, fino a dormire sulla panca di una baracca alla periferia di Parigi”. E la Chiesa parigina, dove nel 1923 il Beato divenne sacerdote a 50 anni, è rappresentata da una delegazione guidata dal suo arcivescovo, il cardinale André Ving-Trois. Per loro un lungo applauso che si ripete nella cattedrale di San Giuseppe il 1° settembre durante la messa di ringraziamento e in cui non manca un pensiero di gratitudine per Papa Francesco che ha ricordato il Beato dopo la preghiera dell’Angelus.
La fede è un incontro. “Ha riportato nel nostro vocabolario la parola ‘umanità’, perché ha posto l’uomo al centro del suo servizio”. Monsignor Mihai Fratila, vescovo greco-cattolico del Vicariato di Bucarest, parte da questa affermazione per aggiungere che in mons. Ghika “la fede non è venuta da una dottrina ma dall’incontro con Dio. Un incontro che apre a tutti gli uomini. Così il Beato dice che si è insieme rumeni, europei, ecumenici e universali”. Sul sagrato della piccola chiesa greco-cattolica di San Vasile in Bucarest risuona suggestivo l’Akathistos, l’inno di lode al Beato, e anche in questa comunità si rivive la memoria dei molti vescovi e preti greco-cattolici torturati e assassinati dal regime comunista. Nel libro “Catene e terrore” il vescovo Ioan Ploscaru ha raccolto le loro testimonianze.
Due pensieri tra i molti. Il giorno dopo la beatificazione ritornano due pensieri, tra i molti. Uno è dell’arcivescovo Ioan Robu che riprende un’immagine di Papa Francesco: “Mons. Ghika stava in mezzo alle sue pecore tanto da prendere il loro odore e le sue pecore hanno preso il suo profumo di santità”. L’altro è del cardinale Angelo Amato quando che dice che questa beatificazione “deve essere vista come segno profetico di riconciliazione e di pace, come memoria di un triste passato da non ripetere in nessun modo e come impegno per costruire un futuro di speranza, di comunione fraterna, di libertà e di letizia”.