EDITORIALE
Ue e immigrazione: gran confusione e poca voglia di assumere responsabilità e impegni
Ad ogni sbarco di immigrati sulle coste italiane ritorna il solito ritornello circa l’Europa che lascia soli i Paesi del Mediterraneo e che deve far di più. Un po’ per ignoranza, un po’ per sport dello scaricabarile su Bruxelles, molto comune in tutte le capitali europee, questo non aiuta né a capire cosa realmente va fatto, né a risolvere o perlomeno alleviare un poco di più le sofferenze di chi fugge dalla disperazione e il carico spesso insopportabile per alcune concrete comunità locali, che hanno prodigato sforzi di accoglienza al di là di ogni attesa. Passato poi il momento di attualità, la questione viene nuovamente derubricata, fino alla prossima tragedia.
Nel parlare della questione ci sono almeno quattro grandi profili di politiche e responsabilità che, pur intrecciati, sono e vanno tenuti distinti, perché comportano responsabilità, politiche e prospettive anche temporali assai diverse.
La prima è quella che attiene le politiche di integrazione degli extracomunitari, che risiedono o entrano in modo regolare sul territorio dei Paesi comunitari e vi restano per un tempo più o meno lungo, per ragioni di studio, di lavoro o di ricongiungimento famigliare. E questi, è bene ricordarlo, sono le stragrande maggioranza, solitamente ben stabiliti, che pagano le tasse, sorreggono settori di primaria importanza delle nostre economie e società, hanno una casa, mandano i figli a scuola, consumano, pregano, si associano, insomma vivono nei nostri territori. Un cammino enorme è stato fatto in questi ultimi dieci anni a livello europeo (una buona rassegna si trova su http://ec.europa.eu/immigration/) ma certo molto resta da fare nella messa in opera delle politiche, soprattutto da parte di molti Stati membri.
La seconda è quella che concerne le politiche di asilo, che sono legate a precise convenzioni internazionali e sulle quali anche l’Ue ha fatto complessi ma rilevanti passi avanti, da ultimo mettendo finalmente a punto un Sistema comune europeo di asilo, per iniziativa molto determinata del commissario Cecilia Malmström, che entro il 2015 sarà pienamente operativo e dovrebbe dare una chiara e comune protezione giuridica ai circa 330mila richiedenti asilo per anno su tutto il territorio dell’Unione. Anche qui, ogni Paese però deve fare la sua parte.
Il terzo è quello che attiene di più la questione complessa dell’immigrazione irregolare o clandestina e che è legata a due fattori molto precisi: da un lato i flussi di gente in fuga dalla disperazione e l’immondo traffico dei mercanti di uomini che lucrano su queste tragedie umane, dall’altro il regime europeo di Schengen che implica un ruolo accresciuto degli Stati nel controllo delle frontiere esterne, con alcuni meccanismi di compensazione, peraltro ancora insufficienti, per quegli Stati periferici che per ragioni geografiche hanno un carico superiore (come Grecia, Malta, Italia o Spagna). Si può fare di più sui trasferimenti monetari, ma non ci si può certo aspettare che siano i funzionari di Bruxelles, o la polizia svedese, tedesca o belga a fare il lavoro delle nostre forze di pubblica sicurezza e delle nostre strutture di accoglienza, peraltro spesso degno di ogni lode se comparato ad esempi meno edificanti di altri Paesi europei.
Il quarto è forse il più complesso e il più strategico e attiene all’ebollizione di tutta una area, che trova l’intera Europa sostanzialmente impreparata, assente e di fatto da tempo impotente. Dopo aver abbandonato ogni seria e lungimirante politica per il continente africano, che costringe poi a far fronte a situazioni vecchie e nuove come quelle della Somalia, del Sudan o del Mali, l’Europa si trova oggi di fronte all’esplosione dell’intero fronte del mondo arabo mediterraneo… Dalla guerra in Libia, al progressivo scivolare verso la guerra civile del più grande Paese dell’area che è l’Egitto, per non parlare della Siria, come ci si può stupire che tra gli “effetti collaterali” di una simile situazione non vi siano anche i disperati che fuggono, in minima parte ricordiamolo, verso la ricca Europa, passando dalle sue frontiere meridionali? Un milione di profughi bambini dalla sola Siria, altro che poche decine di migliaia di disperati sui barconi.
Dal fallimento del processo di Barcellona alla mai decollata Unione per il Mediterraneo siamo ora al balbettio tardivo di una riunione dei ministri degli esteri europei dei giorni scorsi, peraltro divisi tra chi vuole fare la guerra in Siria e chi non vuole ma non sa che fare se non invocare vaghe “soluzioni politiche”…
Per farla breve, se vogliamo davvero farci carico della questione umana, dobbiamo ricominciare ad occuparci seriamente e a lungo termine del mare nostrum e del continente africano. Non è facile, abbiamo perso 20 anni, ma non ci sono alternative.
(*) presidente Gruppo attività diverse Comitato Economico e Sociale Europeo