CREMONA SA PROGETTARE
Presentato ieri, il nuovo spazio museale sarà inaugurato ufficialmente il 14 settembre, con un grande concerto nel modernissimo auditorium intitolato al mecenate Giovanni Arvedi. Quest’opera è la metafora stessa dell’Italia che deve saper riscoprire le eccellenze del proprio territorio per tornare a crescere
"Piccola città, dove non succede niente": il ritornello diffuso da Gigliola Cinquetti nel 1967, diventato quasi un rassegnato "leit motiv" per non pochi cremonesi, ieri 5 settembre, è stato smentito, clamorosamente, da un evento: la presentazione alla stampa internazionale del Museo del Violino dove hanno trovato degna dimora i più splendidi violini che la storia del mondo abbia mai realizzato, a partire dal secolo XVI, quando a Cremona, mentre grandi pittori realizzavano nel Duomo la splendida "Cappella Sistina della Val Padana", Andrea Amati inventava il "violino": la nuova voce della musica che avrebbe sfidato i secoli con il suo umanissimo suono, raggiungendo poi nei Guarneri "del Gesù" e in Antonio Stradivari il culmine della perfezione tuttora insuperata, nonostante gli infiniti progressi delle tecnologie.Perché non di tecnologie, si tratta, bensì di "antropologia": il violino è realizzato esclusivamente dalle mani del liutaio, che sa leggere le qualità nascoste in un vecchio pezzo di legno di abete rosso o di acero, ne misura le più minime vibrazioni, le esalta con colle e vernici la cui composizione sta scritta solo nella mente del liutaio, le fa rimbalzare attraverso curve studiate con precisione millimetrica che si trasformano in cassa acustica da cui emerge la perfezione del suono. Il segreto del violino è il segreto, in particolare, di Antonio Stradivari, insuperato artista – potremmo dire il Michelangelo della liuteria – che dal legno apparentemente morto ha saputo trarre strumenti che da secoli incantano il mondo.Ieri Cremona – grazie al mecenatismo di un suo grande cittadino, Giovanni Arvedi – ha fatto giustizia ai sommi liutai dell’offesa loro arrecata nel 1871, quando i suoi amministratori rasero al suolo la chiesa gotica trecentesca di San Domenico in cui erano le loro sepolture, colpevole di essere stata sede dell’Inquisizione.Il Museo del Violino – che vedrà l’inaugurazione ufficiale il 14 settembre con un grande concerto nel modernissimo auditorium intitolato al mecenate Giovanni Arvedi, parte essenziale del nuovo Museo, dall’acustica assolutamente perfetta – ha visto protagonista ieri quello che è considerato il migliore violino del mondo il "Cremonese 1715", suonato dal cremonese Antonio De Lorenzi. Un evento nell’evento. Non per niente questo capolavoro, considerato Sua maestà il Re violino, proveniente dal palazzo comunale, è giunto alla sede del nuovo Museo con una scorta di polizia e con il blocco del traffico lungo il percorso.L’evento cremonese di ieri va considerato chiave di lettura della storia di una città, di un Paese: se si vuole guardare al futuro costruttivamente, occorre riscoprire le eccellenze del passato, per farle rivivere ripensandole in chiave progettuale. Non c’è speranza se si ricordano le eccellenze del tempo che fu solo come vicende da celebrare, senza trasformarle in progetti per il futuro; come non c’è futuro se si pensa al domani senza agganciarsi alle ricchezze della sua storia. Passato e futuro si collegano creativamente solo se il presente sa diventare "liaison" tra l’uno e l’altro. Le glorie passate non possono essere sepolte in un museo delle cose morte, ma seminate nella terra buona del presente per fecondare creativamente il futuro. Solo così la memoria è gravida di futuro.Il discorso è da allargare all’intero nostro Paese, terra delle mille eccellenze, ricchezze di città e villaggi: non il suono monotono di un unico campanone, ma il concerto sinfonico di migliaia e migliaia di campane che narrano di una terra che nei secoli ha saputo risorgere dalle tempeste e dai terremoti grazie alle infinite risorse di pensiero, di creatività, di cultura dei suoi abitanti, viventi in ogni metro quadrato del suo territorio. Si dice a volte che il nostro ambiente e le nostre opere d’arte sono il "petrolio" dell’Italia. Sì, certo, a condizione che ci siano uomini che conoscono il loro passato, lo ripensano, per proiettarlo in avanti creativamente. Per questo l’evento cremonese è un evento "antropologico"; per questo lo "Stradivari 1715" ha valenza, ancora una volta, antropologica e culturale.