NORVEGIA
Il Paese scandinavo rinnova il parlamento dopo una campagna non troppo vivace
La Norvegia va alle urne il 9 settembre. I 5 milioni di abitanti di questa monarchia costituzionale eleggeranno i 169 membri dello Storting, il parlamento di Oslo. Da due legislature è al governo il partito laburista. Sarah Numico, per Sir Europa, ha intervistato Lars Roar Langslet, parlamentare di lungo corso e ministro per la cultura (1984-1989), primo cattolico al governo in un Paese in cui fino a due anni fa la chiesa luterana era chiesa di Stato.
Quali sono i temi più dibattuti in questa campagna elettorale?
“Si parla di salute, sistema scolastico, comunicazioni, ma in generale non abbiamo situazioni di tensione in ambito politico. Le differenze tra i partiti principali sono abbastanza lievi, anche se i candidati hanno cercato di convincerci che siano enormi; eppure non credo ci siano riusciti. Una delle motivazioni per cui un cambio di governo è il risultato prevedibile di questo voto è che molte persone pensano che 8 anni siano abbastanza per un governo. È salutare per la democrazia che di tanto in tanto ci sia un cambio della nomenclatura politica”.
I cittadini andranno a votare? In Europa si registra una crisi di partecipazione…
“Non potrei dire che ci sia una crisi simile. L’interesse nella campagna elettorale non è stato enorme, ma molti andranno a votare ugualmente. La stabilità dell’elettorato di un tempo è finita. Una grande fetta della popolazione cambia partito, decidendo magari all’ultimo a chi dare il voto. Questo è l’elemento d’incertezza sul risultato”.
La Norvegia non appartiene all’Ue. Si sente qualche voce pro-adesione?
“Due dei partiti della coalizione di maggioranza sono contro l’adesione della Norvegia, per cui il primo ministro ha sempre evitato di affrontare la questione. La crisi della zona euro non ha certamente suscitato il desiderio di affrontare il tema. Il fatto però che la Norvegia appartenga allo Spazio economico europeo sta già portando a una graduale riduzione del margine di sovranità nazionale. Si devono implementare qui le decisioni economiche prese altrove. Siamo una sorta di satellite dell’Ue”.
La Norvegia sembra il Paese in cui tutto funziona perfettamente, a livello politico, economico, sociale, civile. Qual è il segreto di questa perfezione?
“Il segreto materiale è certamente il petrolio che ha cambiato la situazione finanziaria del Paese. Efficace è stata la politica economica e la creazione di un sistema di welfare complesso. Ma ci sono molte cose che devono essere migliorate, come ad esempio l’eccesso di amministrazione e di burocrazia o il livello delle nostre scuole: va migliorata la formazione dei nostri insegnanti”.
Quale influenza hanno le chiese nella vita politica e sociale del Paese?
“Un cambiamento importante è stata l’eliminazione della confessione luterana come religione di Stato. Essendo la chiesa maggioritaria ha dei privilegi, come l’alto appoggio economico dello Stato, che però è dato anche alle altre comunità religiose sulla base del numero dei fedeli. Mi sembra però che la chiesa luterana abbia perso molto della sua influenza. Temi come l’aborto o l’educazione non sono più nel dibattito politico. La Chiesa cattolica è cresciuta molto grazie all’immigrazione. È molto stimata, ma non ha una grande ricaduta sulla vita del paese”.
L’integrazione della popolazione immigrata funziona? Ci sono spinte populiste?
“In parte sì, ma il nostro partito populista, il Partito del progresso, è diventato più moderato perché ambisce a governare. Certo i problemi ci sono, ma in generale, l’integrazione non è difficile, poiché i tassi di disoccupazione sono molto bassi”.
A quattro anni degli attentati del 22 luglio 2009 che cosa vive il tessuto sociale della Norvegia?
“Quello shock terribile ha abitato per mesi nelle menti e nelle coscienze delle persone. Il fatto che il colpevole fosse un outsider, una persona che ha agito da sola, isolato dalla comunità, e che il processo che ha portato alla sua condanna è stato tutto trasmesso in televisione ha aiutato a superare lo shock. Tuttavia il fatto, che ha segnato la vita dei familiari delle vittime, non ha condizionato la vita politica, se non per una discussione sulla necessità di migliorare alcune misure di sicurezza”.