DUE CASI LIMITE
Primo giorno di scuola. Genitori italiani ritirano i propri figli perché ci sono troppi bambini rom in classe. È accaduto a Landiona nel novarese e a Costa Volpiano nel bergamasco. Il commento di Anna D’Eustacchio, responsabile della promozione umana della Caritas di Teramo e del progetto Rom “Gli uomini si liberano insieme”: “In queste situazioni le famiglie sono spesso le più indifese. Bisogna capire veramente cosa è successo, se sono state interpellate”
Primo giorno di scuola. Genitori italiani ritirano i propri figli perché ci sono troppi bambini rom in classe. I due episodi sono avvenuti in una scuola di Landiona, piccolo comune di 600 abitanti nel novarese e in una prima elementare di Costa Volpiano nel bergamasco. Nel primo caso, pare che i bambini rom iscritti fossero 25 (ma quelli che frequentano le lezioni sono molti di meno) su una dozzina di italiani. Nel secondo, dopo le proteste dei genitori di 7 italiani, i 14 alunni rom sono stati smistati in due sezioni. Le motivazioni espresse dai genitori sono legate all’apprendimento scolastico, nonostante le rassicurazioni della scuola. Andando a verificare si scopre che a Landiona i bimbi rom sono in realtà sinti, come precisa il parroco don Antonio Sciolla, che "la maggior parte delle famiglie vive nelle case, manda i bambini a scuola e al catechismo. Sono bambini molto educati e rispettosi, e anche la comunità si è sempre dimostrata accogliente e solidale nei loro confronti". "In sette anni – precisa al Sir – non ho mai avvertito situazioni di tensione o razzismo tra gli italiani e le famiglie sinti, che sono ben integrate e convivono da anni sullo stesso territorio". Il parroco di Landiona si dice "dispiaciuto per tutto questo polverone" dovuto al "solito effetto mediatico", che "rischia di far passare un’intera comunità come razzista. Credo che i problemi siano solo di natura scolastica". Per capire meglio i problemi d’integrazione che si vivono a scuola e come risolverli, abbiamo chiesto un parere ad Anna D’Eustacchio, responsabile della promozione umana della Caritas di Teramo e del progetto Rom "Gli uomini si liberano insieme". Il progetto segue con sei operatori una trentina di bambini rom, comprese le loro famiglie a cui vengono dedicati corsi specifici, nelle scuole elementari e medie dei Comuni di Giulianova, Alba Adriatica e Mociano. Il progetto è stato sostenuto finora da Caritas italiana, ma quest’anno hanno problemi nel reperire i finanziamenti. Dalla sua esperienza alcune raccomandazioni. Che idea si è fatta di questi due fatti di cronaca?"In questo caso è difficile giudicare senza sapere bene i fatti. È ovvio che se in una classe c’è una proporzione di 25 a 12 si crea un rallentamento nell’apprendimento scolastico, anche solo per questioni di lingua. In queste situazioni le famiglie sono spesso le più indifese. Bisogna capire veramente cosa è successo, se sono state interpellate. La sensazione a volte è che si agisca solo per un interesse personale ed egoistico. Bisogna capire se c’è stata una collaborazione tra istituto scolastico e famiglie, se le hanno ascoltate. E chiedersi: c’era un mediatore in questa situazione? C’era qualcuno che proponeva percorsi educativi specifici?" Come coniugare le esigenze delle famiglie rom e di quelle italiane? Qual è la vostra esperienza?"Bisogna lavorare insieme, famiglia, scuole, parrocchie e agenzie educative. Noi, ad esempio, abbiamo contattato i dirigenti scolastici, gli insegnanti e le famiglie per presentare il nostro progetto, che prevede l’inserimento di una figura in più, che non è di sostegno ai rom ma di accompagnamento nella frequenza scolastica, perché spesso il problema dei bambini rom è l’abbandono. Abbiamo incontrato insieme le varie parti perché non volevamo ci fossero delle discriminazioni, per non far apparire i bambini rom come bisognosi di sostegno, perché non è così. Facendo le valutazioni ci siamo sempre resi conto che sono bambini molto intelligenti, anche più avanti degli italiani a livello di crescita umana, perché vivono esperienze di vita molto più forti". Come opera concretamente questa figura professionale?"È un collaboratore scolastico, una sorta di facilitatore all’interno della classe, che aiuta l’insegnante a favorire l’integrazione e affiancare i bambini che stanno più indietro. Alcuni, ad esempio, non fanno i compiti a casa perché i genitori spesso sono analfabeti. Questa figura aiuta ad adeguare i livelli di apprendimento. Le scuole sono state molto contente". Ci sono problemi anche da parte degli insegnanti? Cosa compete alle istituzioni?"Sì ci sono, soprattutto in alcune realtà dove i bambini stranieri sono più numerosi. Alcuni insegnanti vedono i bambini rom o di altre nazionalità come un fastidio. In questi casi andrebbero approfondite le politiche d’integrazione a livello istituzionale. I rom che vivono nei campi sono ghettizzati. Da noi alcuni abitano nelle case, sono ben integrati, vanno a scuola. In una realtà dove c’è già un disagio sociale tra gli italiani, la situazione peggiora, perché non c’è integrazione. L’istituzione spesso non fa niente per evitarlo". Qual è dunque la raccomandazione principale?"Che le scuole si facciano carico di questi problemi d’integrazione in maniera seria, con una rete di collaborazione tra le varie agenzie educative: famiglie, scuola, doposcuola, parrocchia, realtà private… Se si riesce a lavorare insieme la qualità dell’educazione migliora. Se si guarda solo al proprio interesse personale, si creano situazioni in cui le famiglie delegano alla scuola il compito di educare su determinati temi, mentre la scuola richiama i genitori alle proprie responsabilità sulle mancanze dei figli. Se si collabora è meglio".