STATO DELL'UNIONE" "
Nel tracciare un bilancio di dieci anni alla guida della Commissione di Bruxelles, il politico portoghese ha insistito sul concetto di “casa comune” necessaria per rispondere ad attese e interessi dei 500 milioni di cittadini dei 28 Stati aderenti. Solidarietà e sussidiarietà i principi-chiave
Gli eurorealisti e gli euroscettici, gli Stati-nazione e l’integrazione continentale, il Grande Nord e il Sud Mediterraneo, i miti e i fatti… Per parlare di Europa si potrebbero utilizzare molteplici angoli di visuale, eppure un punto fermo sembra ormai assodato: le scelte che attendono i 500 milioni di cittadini dei 28 Paesi Ue non riguardano l’alternativa tra Europa e non-Europa, ma si concentrano su quale tipo d’integrazione europea si dovrà realizzare nei prossimi anni nel contesto della globalizzazione.
Le recenti celebrazioni per il 50° della morte di Robert Schuman, cattolico, "padre fondatore" della Comunità europea – assieme a Konrad Adenauer e ad Alcide De Gasperi -, hanno segnalato che l’opzione compiuta all’indomani della seconda guerra mondiale, relativa alla costruzione della "casa comune" che avesse come obiettivo ultimo la pace e come via preferenziale l’integrazione economica, fu lungimirante e al contempo foriera di risultati misurabili nel tempo (la pace, anzitutto, la collaborazione in campo economico, la costruzione di una vasta area di libertà e di diritti presa a modello in tutto il mondo). La Comunità europea, oggi Unione europea, "non è però una costruzione perfetta, in quanto realizzazione dell’uomo": essa va piuttosto intesa come una "risposta possibile ed efficiente" entro i nuovi scenari che la storia di volta in volta genera. Da qui l’"impegno" e la "responsabilità comune" per dar vita a una Ue che "sappia dare ai cittadini quelle risposte che si attendono" ogni giorno, andando incontro "ai loro interessi" e rappresentando "i valori inscritti" nel dna dell’Ue: la stessa pace, la dignità umana, la democrazia e lo Stato di diritto, il lavoro, la coesione sociale… Insomma, "un’Europa unita, forte e aperta", rispettosa delle specificità nazionali, che fonda la sua azione sul duplice criterio – fissato anche nella dottrina sociale della Chiesa – della solidarietà e della sussidiarietà.
Questo è andato a dire oggi, agli eurodeputati riuniti a Strasburgo, il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, pronunciando il suo ultimo discorso sullo "Stato dell’Unione", risuonato in emiciclo come una sorta di bilancio di dieci anni alla guida dell’Esecutivo di Bruxelles. In 36 fitte cartelle Barroso ha parlato di tutto: del mercato unico, della politica energetica, del lavoro che manca e dei giovani ai quali occorre "offrire una prospettiva", di bilancio comunitario e della scarsa coerenza dei governi dei Paesi membri, i quali "a Bruxelles assumono decisioni comuni che poi non applicano" una volta giunti a casa propria. Soprattutto, Barroso il cui percorso politico e personale non è sempre stato coerente, e la cui azione a Bruxelles ha visto alternarsi fasi produttive e momenti no ha ribadito che l’Europa "è necessaria", che i costi della non-Europa (in diversi campi, dagli esteri alla difesa, dalle migrazioni all’inclusione sociale, dalla ricerca all’energia) sono ben più elevati del modesto bilancio Ue, e che non c’è in tutto il continente un solo Paese, non uno, che nel terzo millennio possa pretendere di marciare in solitudine, nonostante qualche rigurgito nazionalista che periodicamente si affaccia, specie in vista delle elezioni, a Berlino, a Londra, a Parigi. E anche a Roma.
Certo, la crisi economica – simbolicamente avviata cinque anni or sono con il fallimento della banca d’investimenti americana Lehman Brothers – ha offuscato gli aspetti positivi dell’integrazione e ha esaltato le debolezze dell’unione economica e monetaria e messo in luce il fragile equilibrio istituzionale. Per questa ragione l’ultimo mandato del Collegio Barroso è ruotato esclusivamente attorno alla ricerca di risposte adeguate alla disoccupazione, ai fallimenti bancari e industriali, al lievitare dei debiti pubblici. Ciò non toglie che, come ha ricordato Barroso, senza l’Ue la risposta europea sarebbe stata ancora più debole, più lenta e frammentata. "Qualcuno un anno fa dava l’euro per spacciato e contava i giorni del fallimento della Grecia. Non è andata così. Abbiamo speso 700 miliardi per salvare diversi Stati dal fallimento; ora la ripresa si avvicina", nonostante le innumerevoli sofferenze che gravano tuttora sui cittadini, "specie sui giovani". Bisogna semmai trovare "una nuova prospettiva europea", che Barroso intravvede in una sorta di patto tra i cittadini europei, i Paesi membri e le istituzioni Ue. Un patto politico, di responsabilità, di fronte al quale ciascuno è chiamato a una risposta coerente. Alle elezioni per l’Europarlamento, fissate dal 22 al 25 maggio 2014, sarà infine possibile contare i "sì" e i "no" all’Europa dei popoli e degli Stati.