IRAN
Janiki Cingoli, direttore del Cipmo, il Centro italiano per la pace in Medio Oriente, analizza i cambiamenti intervenuti nell’area. Dalla decisione sul nucleare iraniano può dipendere larga parte dei nuovi equilibri anche sul fronte israelo-palestinese. Movimenti e contatti inaspettati e promettenti tra sunniti e sciiti
Dialogo, azione diplomatica e soluzioni politiche: la diplomazia morbida del neo-presidente iraniano Hassan Rohani è apparsa, con chiarezza per la prima volta, alla seduta inaugurale dell’Assemblea annuale dell’Onu. E sono stati in molti, tra capi di Stato e di Governo, ad ascoltare Rohani definire "riprovevole" l’Olocausto, parlare dell’Arabia Saudita come "Paese fratello e amico" e ribadire che l’Iran non produrrà mai l’arma atomica e non userà mai armi di distruzione di massa. Aperture impensate fino a pochi mesi fa quando a farla padrona era stata la retorica di guerra del suo predecessore Mahmoud Ahmadinejad. Quale possibilità concrete abbia Rohani di rompere il muro di diffidenza della comunità internazionale è da vedere. Ma la "mission impossible" del presidente iraniano sembra incassare i primi consensi pesanti. Primo tra tutti quello di Barack Obama che nel suo discorso ha definito "incoraggianti" le aperture di Teheran, specificando che "alle parole conciliatorie devono seguire fatti concreti e verificabili" soprattutto sul nucleare. Ne abbiamo parlato con Janiki Cingoli, direttore del Cipmo, il Centro italiano per la pace in Medio Oriente.
Dopo i discorsi ascoltati all’Onu si può parlare di distensione nei rapporti tra Usa e Iran?
"Siamo davanti a un’apertura che resta complessa poiché comporta un passaggio da una gestione delle crisi nell’area mediorientale a guida Usa a una condivisa con altri Paesi. Questo cambiamento di rotta era stato voluto da Obama sin dal suo primo mandato anche se poi gli Usa hanno mantenuto per sé la gestione della questione israelo-palestinese, lasciando agli alleati europei quella libica dove gli Stati Uniti, dopo un iniziale intervento, hanno mantenuto un basso profilo".
A cosa è dovuta l’accelerazione di questo passaggio?
"Il punto di svolta è stata la crisi siriana. Obama era renitente a entrare direttamente nel conflitto. Dopo l’uso delle armi chimiche da parte di Assad e pare anche dei ribelli, il presidente Usa si è trovato costretto ad annunciare un attacco, anche se soft e mirato. Tuttavia, Obama ha manovrato perché, da un lato, ci fosse la minaccia bellica e, dall’altro, la controproposta russa avanzata poi da Putin per un accordo congiunto, per imporre alla Siria la consegna e la distruzione delle armi chimiche. Obama in diverse interviste ha citato, ripetutamente, il ruolo che l’Iran può svolgere per uno sviluppo positivo della crisi. L’Iran, infatti, oltre ad essere alleato di Assad e avere un’influenza su Hezbollah, ha condannato anche l’uso di armi chimiche. L’apertura a Rohani nel trattare il dossier Siria, insieme all’accordo con la Russia sulle armi chimiche, ha di fatto segnato una certa marginalizzazione della Turchia".
Cosa potrebbe cambiare ora in questo scacchiere?
"Gli Usa potrebbero non vedere più come unica interlocutrice l’Arabia Saudita, finanziatrice dei vari gruppi salafiti e qaedisti in giro per l’area, ma anche l’Iran. Un coinvolgimento che priverebbe Israele del suo miglior nemico, rendendo possibili nuovi e positivi scenari per una soluzione del conflitto israelo-palestinese e per la stabilizzazione del Libano. Se viene meno la minaccia nucleare iraniana, Israele si sentirà meno in pericolo e, quindi, più disposto a fare concessioni. Un altro elemento è legato ad Hamas che dopo aver perso il sostegno egiziano, con il colpo di Stato militare, rischia ora di veder attenuato anche quello iraniano. E con Hamas più isolato, il peso negoziale di Abu Mazen, presidente palestinese, si accresce notevolmente".
Qualcosa sembra muoversi anche nelle relazioni tra l’Iran sciita e l’Arabia Saudita sunnita…
"Apertura importante anche questa da parte di Rohani che si è visto invitare alla Mecca dal sovrano saudita Abdullah bin Abdulaziz. Un segnale distensivo tra due potenze che ritengono di essere il punto di riferimento per l’Islam. L’Iran sciita, che con l’ascesa sunnita della primavera araba, sembrava totalmente isolato sul piano regionale ora torna a essere un punto di riferimento".
Rohani sarà così credibile da riuscire a rompere il muro di diffidenza internazionale che circonda l’Iran?
"Rohani ha usato un linguaggio diverso rispetto al suo predecessore, basti pensare alla condanna dell’Olocausto, definito riprovevole. Si tratta di primi timidi segnali di un percorso da compiere. È opportuno ricordare che in Iran c’è stata una saldatura tra i gruppi moderati e quelli progressisti che con Amadhinedjad erano rimasti isolati. Quali siano le evoluzioni future e dove queste possano portare è difficile dirlo. I due elementi di fondo, in questo momento, sono per l’Iran la stabilizzazione della Siria e il dossier nucleare. Del primo si è detto. Circa il nucleare nessuno preclude all’Iran il diritto al nucleare pacifico se sottostà ai controlli previsti. Sarà importante capire quanto Rohani potrà negoziare direttamente con gli Usa e che indicazioni ha avuto in tal senso dalla guida suprema della rivoluzione Alì Khamenei".