CASO PRIEBKE
In quest’ottica – spiega padre Innocenzo Gargano, monaco camaldolese, uno dei più grandi esperti italiani di ebraismo – è più facile capire le parole di Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica di Roma, quando afferma che “ora le vittime di Priebke sono ad attenderlo lassù in cielo, nella speranza che ci sia giustizia divina”
Polemiche infuocate sui funerali dell’ex ufficiale delle SS Erich Priebke morto a Roma venerdì scorso. Dopo un rimbalzo di dichiarazioni, è il vicariato di Roma ad intervenire chiarendo di aver scelto una strada "diversa da quella abituale, riservata e discreta": la preghiera per il defunto pertanto si è svolta non in una chiesa ma in forma strettamente privata, cioè nella casa che ospitava le spoglie del defunto. Del resto, è troppo viva la memoria dell’Olocausto sulla pelle di tanti romani ebrei e non. Qualunque manifestazione di omaggio, civile o religioso, sarebbe stato "un intollerabile affronto alla memoria di coloro che caddero nella lotta di liberazione dal fascismo e dal nazismo". "Di fronte alla morte di Priebke – ha detto il presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici – non si piange e non si ride perché in nessuno dei due casi le vittime potrebbero tornare indietro, in vita. Resta l’amarezza per una figura che non si è mai pentita di ciò che ha compiuto e si è sporcata le mani di sangue come tutte le truppe naziste. Ora le sue vittime sono ad attenderlo lassù in cielo, nella speranza che ci sia giustizia divina". Abbiamo raggiunto telefonicamente padre Innocenzo Gargano, monaco camaldolese, uno dei più grandi esperti italiani di ebraismo e amico di una generazione di ebrei. Lei che idea si fatto del caso Priebke?"Parto da un presupposto che è comune agli ebrei e ai cristiani e cioè che si perdona con cuore largo a chi chiede perdono ma a chi non ritiene di dover essere perdonato, non si può perdonare. Il secondo aspetto della vicenda deriva dalla sapienza classica che si sintetizza nella espressione latina ‘Parces sepulto’: non si inveisce su un uomo morto. Ma c’è una terza constatazione. Ci sono memorie ancora talmente vive sulla pelle delle persone che non si possono compiere gesti che approfondiscono ancora di più la ferita. Quindi è una questione di prudenza umana. Oggi si parlerebbe di ‘politically correct’, che alcune volte è ipocrisia, ma quando astenersi dal permettere certe cose, significa garantire in qualche modo un avvicinamento alla pacificazione, allora occorre esercitare la virtù della prudenza. Che in concreto significa chiedersi se la tua decisione può provocare scandalo. Lo scandalo non si deve mai provocare". Cosa significa quando Pacifici ha detto: "Ora le sue vittime sono ad attenderlo lassù in cielo"?"Il grido delle vittime è continuamente insistente presso Dio, così come è insistente presso Dio l’intercessione degli angeli a favore di chi è stato scandalizzato. Nella tradizione ebraica c’è la convinzione profonda che le vittime continuano a chiedere giustizia a Dio, così come il protettore degli innocenti continua a chiedere aiuto a Dio. Un giorno dissi a Lea Sestieri: ‘noi stiamo facendo di tutto per cercare di arrivare ad una riconciliazione tra cristiani ed ebrei’. E lei mi disse: ‘non dovete pensare a noi che siamo vivi. Pensate a coloro ai quali voi attraverso l’uccisione avete impedito che accettassero il vostro perdono’". Ma in questo modo per le vittime non c’è pace eterna?"È tutto affidato alla giustizia di Dio. Ma c’è anche la convinzione che la misericordia di Dio dura una eternità. Allora c’è tutto un gioco tra giustizia e misericordia che i cristiani hanno ricevuto dalla tradizione ebraica secondo la quale Dio è giusto ed è misericordioso. La sua Misericordia suppone la giustizia per cui non c’è pace senza giustizia. E tuttavia Dio non è solo giustizia. È anche Misericordia. E tutto è nelle mani di Dio. Noi non possiamo pretendere di conoscere la sua risposta. Sarà Dio che risponderà al grido di milioni di ebrei che chiedono giustizia e realizzerà la giustizia senza mancare al suo attributo di essere misericordioso". Se è dunque Dio a dare l’ultima parola di giustizia e misericordia sulla pagina buia dell’olocausto, a noi che cosa resta da fare?"Non possiamo sostituirci a Dio. Non sappiamo neppure misurare la giustizia. Immaginiamo se possiamo misurare la sua misericordia. Ci è chiesto quindi l’abbandono a Dio e perciò che ci riguarda, a noi che siamo i viventi, cercare di recuperare tra di noi l’amicizia reciproca e quindi non il perdono che spetta a coloro che sono state vittime, ma un tentare strade nuove che ci permettano oggi e domani e per sempre di vivere da fratelli".