LA PRIMA VOLTA
Due giorni in Giordania e tre in Libano per prendere contatto diretto con la realtà dei campi profughi e portare il conforto dei credenti cristiani e musulmani. Duro monito del patriarca maronita Bechara Raï: “Se non ci sarà un immediato cessate il fuoco, in Siria si rischia la catastrofe umanitaria”
Per la prima volta insieme. Una delegazione cristiana e musulmana è partita dalla Francia per la Giordania e il Libano per portare coraggio e solidarietà ai rifugiati siriani e una volta tornata a casa, dare voce in Europa alle loro preoccupazioni per il futuro ma soprattutto al disperato appello di pace e cessate-il-fuoco. Un viaggio di cinque giorni dal 7 all’11 ottobre che domani a Parigi verrà presentato in conferenza stampa. Alla guida della delegazione un vescovo e un imam: monsignor Marc Stenger, vescovo di Troyes e presidente di Pax Christi Francia, e Tareq Oubrou, rettore della Grande Moschea di Bordeaux. Alla delegazione hanno partecipato membri della Caritas Francia, l’Oeuvre d’Orient, l’Action Chrétienne en Orient France, la Rete Cristiana del Mediterraneo, il Secours Islamique. Tutte realtà che si sono impegnate a finanziare insieme un progetto di alloggio per rifugiati in Libano come segno concreto di vicinanza e speranza. La dignità. La dignità delle persone pur vivendo in situazioni di precarietà assoluta, le tante donne sole, la moltitudine di bambini. Il racconto al Sir di padre Christophe Roucou del Servizio per le relazioni con i musulmani della Conferenza episcopale francese, è un fiume in piena, ricco di ricordi, sensazioni, incontri, immagini. "Siamo stati due giorni in Giordania e 3 giorni in Libano – dice – con lo scopo di testimoniare la nostra prossimità di credenti cristiani e musulmani insieme e dire che il resto del mondo non ha dimenticato il popolo siriano. Ma una volta arrivati sul posto quello che ci ha colpito di più è stata la dignità di queste persone. Moltissime sono donne giovani e moltissimi i bambini. I mariti hanno fatto uscire le loro donne dal Paese per metterle al sicuro con i loro figli, ma molte di loro, una volta arrivate, hanno saputo di aver perso il marito o un fratello o un familiare. Tutto è vissuto in un silenzio profondissimo e con una grande dignità sebbene i responsabili religiosi che abbiamo incontrato in questi giorni ci hanno detto che è la mancanza di speranza quello che preoccupa più di tutto". L’arrivo dell’inverno. Ma è soprattutto l’immediato futuro a mettere paura. E il futuro ha un nome molto preciso. Si chiama inverno che, dicono, sarà tra i più freddi della storia recente del Medio Oriente. Mancano le infrastrutture, manca l’acqua, mancano alloggi adeguati: i rifugiati sono sistemati sotto tendoni di plastica e il freddo in queste condizioni può diventare un vero nemico difficile da combattere. "Come europei – prosegue padre Roucou – siamo rimasti colpiti dall’immensa generosità di questi due piccoli paesi come la Giordania e il Libano. La Giordania ha 6 milioni di abitanti e accoglie un milione di rifugiati siriani. Cifra che cresce in continuazione: ci hanno detto infatti che sono dai 500 ai mille i rifugiati al giorno che arrivano alla frontiera. Il Libano che conta invece 4,5 milioni di abitanti, accoglie un milione e mezzo di siriani, 500 mila palestinesi e 300 mila migranti per lo più dalla Somalia". Appello di pace. La delegazione è stata ricevuta dal patriarca maronita Bechara Raï, che ha lanciato un duro monito dicendo che "se non ci sarà un immediato cessate il fuoco, in Siria si rischia la catastrofe umanitaria". Appello che la delegazione cristiano-musulmana ha fatto proprio sottoscrivendo una dichiarazione congiunta per la pace in Siria. "La situazione drammatica vissuta dal popolo siriano ci sciocca e ci interpella". Per questo, "ci appelliamo a tutti i responsabili politici" chiedendo loro di "mettere in atto un immediato cessate il fuoco e garantire l’accesso agli aiuti umanitari alle popolazione. Allo stesso tempo, domandiamo a tutte le parti in conflitto e ai loro alleati di intensificare le negoziazione in vista di una soluzione politica al conflitto".