ESTONIA " "
Nuove prospettive per la Chiesa del Paese baltico, entrata a far parte del Ccee
Nel corso dell’assemblea plenaria a Bratislava (3-6 ottobre), il Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee) ha accolto l’Estonia come nuovo membro. Un piccolo Paese, con circa un milione e mezzo di abitanti, l’80% dei quali sostiene di non seguire alcun credo religioso, vede una Chiesa cattolica intenzionata a radicarsi nella società e contemporaneamente ad aprirsi a più ampie prospettive europee. Sulle sfide connesse con questo passaggio, Danka Jaceckova per Sir Europa ha posto alcune domande all’amministratore apostolico dell’Estonia, monsignor Philippe Jourdan. Come descriverebbe la posizione della Chiesa cattolica nella società estone?”La Chiesa cattolica in Estonia è grosso modo come le Chiese nei Paesi nordici, di tradizione luterana. Si tratta di una Chiesa in diaspora. Allo stesso tempo, naturalmente, è una Chiesa che è stata per 50 anni sotto l’occupazione sovietica, dunque quasi completamente distrutta. Soltanto grazie ai cattolici della Lettonia e della Lituania non è scomparsa del tutto, anche se ora è, in generale, molto secolarizzata. Soprattutto dopo gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, si è prodotto nel Paese un movimento caratterizzato da un grande interesse nei confronti della Chiesa cattolica, soprattutto tra gli intellettuali. Quindi direi che la nostra Chiesa è molto piccola, proprio come il nostro Paese: conta soltanto 6mila fedeli, ma si è molto impegnata per la sua integrazione europea. Gli estoni sono grandi lavoratori, sono metodici e molto capaci. La nostra Chiesa si sta sviluppando poco a poco, soprattutto nel campo dell’educazione, che è molto importante per noi, perché molte persone entrano in contatto con la Chiesa cattolica attraverso le sue scuole. La situazione in Estonia rivela fra l’altro che la maggior parte dei suoi abitanti non sono neppure battezzati. Quindi anche per me, come amministratore apostolico, il compito non è facile. Ma i nostri sforzi sono molto tenaci. Uno dei miei predecessori – il primo vescovo dopo la Riforma protestante, Edward Profittlich – è morto nelle prigioni sovietiche nel 1942. Il suo processo di canonizzazione è ancora in corso e speriamo che diventi il primo santo della Chiesa cattolica estone. Per 63 anni, non ci sono stati vescovi cattolici residenti in Estonia. Attualmente, esiste un unico distretto ecclesiastico che non fa parte di alcuna Conferenza episcopale”. “Dio e Stato. Europa tra laicità e laicismo”: come si riflette questo tema dell’assemblea plenaria Ccee sulla realtà della Chiesa in Estonia?”Anche se il Paese è molto secolarizzato, devo dire che le autorità civili e il governo si sono dimostrati molto aperti alla collaborazione con la Chiesa. Se non sbaglio, l’Estonia è l’unico Paese luterano che ha stipulato un Concordato con la Santa Sede, il che equivale a un riconoscimento solenne e ufficiale della Chiesa cattolica nel Paese. È davvero una buona cosa”. Cosa si aspetta dal fatto che siete diventati componenti del Ccee?”Siamo una piccola Chiesa in confronto con le Chiese dell’Italia, della Francia o della Polonia, è ovvio, ma questa appartenenza è importante per molti versi, anche per la vita della società civile in Estonia. Posso dire che il fatto che ora siamo membri del Ccee è significativo anche per coloro che non sono cattolici, come riconoscimento del fatto che l’Estonia fa parte dell’Europa. Questo è l’aspetto che non può essere omesso. Inoltre – ovviamente – è un modo per me, come amministratore apostolico, di avere contatti personali con vescovi e cardinali di vari Paesi, di condividere i nostri problemi, perché anche se la Chiesa cattolica in Estonia si è molto sviluppata, dipendiamo ancora per molti aspetti dall’aiuto che riceviamo dall’estero per il nostro lavoro. Quindi è importante che i rappresentanti della Chiesa di altre nazioni sappiano meglio chi siamo e cosa stiamo facendo”. Come potrebbe descrivere le prospettive della nuova evangelizzazione in Estonia?”Comprendiamo molto bene il ruolo dei laici in questo senso, perché durante il regime sovietico c’era soltanto un sacerdote per l’intero Paese. Pertanto, i nostri laici erano abituati a vivere senza sacerdoti e anche a evangelizzare senza di essi. Attualmente sono molto contento che uno dei due membri laici del Pontificio Consiglio per la Cultura sia un estone, un noto compositore. Abbiamo cercato di rafforzare il catecumenato, per formare una comunità che accolga nuovi cristiani, nuovi cattolici, perché molte volte si tratta di persone con molta buona volontà, ma senza alcun supporto da parte della loro famiglia, senza una comunità in cui potrebbero crescere. Dobbiamo mostrare loro cosa significa essere cattolici dal punto di vista etico, mettere l’accento sulla formazione, perché questo è il modo migliore per spiegare che cos’è di fatto la Chiesa cattolica e cosa vuol dire farne parte”.