BOSNIA-ERZEGOVINA
Dalle macerie del conflitto alla storica qualificazione per Brasile 2014. Una nazione che cerca la rinascita dopo la guerra degli anni ’90 che l’ha drammaticamente lacerata. Un goal che riconsegna al Paese un po’ di quello che ha perso durante gli anni della violenza etnica e religiosa. Il calcio simbolo di una Nazione che vuole ritrovarsi unita laddove la politica e la propaganda l’hanno divisa
A Kaunas si gioca Lituania-Bosnia-Erzegovina: è il minuto 23′ della ripresa: il tempo giusto per scrivere la storia, per lo meno quella calcistica, della ex Repubblica jugoslava. L’attaccante Vedad Ibieviæ, classe 1984, in forza allo Stoccarda, insacca dopo un bello spunto di Edin Deko, stella del Manchester City, forse il giocatore più rappresentativo della squadra e uno dei pochissimi nato e cresciuto a Sarajevo. Palla servita su un piatto d’argento e gol che vale vittoria e qualificazione. La nazionale della Bosnia-Erzegovina stacca il biglietto per i mondiali di calcio e vola in Brasile. Poco più di tre milioni di abitanti, il Paese balcanico dalla serata di martedì 15 ottobre è nell’olimpo del calcio internazionale. Sarajevo, la capitale martoriata da un assedio durato 4 anni, è una polveriera, sì, ma questa volta scoppia di gioia. Un mosaico ricomposto? I focolai non sono quelli delle bombe cadute a terra ma i fumogeni dei tifosi che fanno caroselli in centro, i botti non sono le granate lanciate dal monte Igman, da dove sparavano i cecchini che assediavano la città, ma i petardi fatti esplodere in segno di vittoria. Là dove non arrivano gli accordi di pace di Dayton, arriva lo sport, sembrerebbe dire il popolo bosniaco-erzegovese diviso, per volere internazionale, in due entità pressoché pulite etnicamente (e dove non tutti, probabilmente, avranno esultato alla stessa maniera). Questa è la storia calcistica di un gruppo di giovani campioncini simbolo di un riscatto, anche sociale, di un’intera generazione, e di un intero popolo. Una nazionale che rappresenta un piccolo mosaico multietnico come era la Bosnia prima della guerra, quando venne lacerata e frammentata dall’odio etnico e religioso. Certo è che la cavalcata vincente dei gialloblu balcanici – la Bosnia-Erzegovina si è qualificata arrivando prima nel girone G – è frutto anche dei buoni rapporti in seno alla compagine guidata da mister Safet Suiæ, ex giocatore di quella Jugoslavia che molti ricordano anche come il "Brasile d’Europa", dove militano giocatori appartenenti ai tre "popoli costituenti": serbo-bosniaci, bosgnacchi (bosniaci di fede musulmana, ndr.), croato-bosniaci. È la generazione dei giovani con doppio passaporto, quelli che la guerra non l’hanno vissuta direttamente poiché figli della diaspora che li ha visti crescere, anche calcisticamente, lontano dai Balcani. Lussemburgo, Svizzera, Nord Europa alcuni degli Stati che li hanno ospitati ormai più di 20 anni fa. "Zingari" del calcio, che hanno trovato ospitalità anche nel campionato italiano: Lulic e Pjanic, tanto per fare due nomi, sulle rive opposte del Tevere, di Mostar il primo, nato a Tuzla l’altro. Al loro fianco anche il 31enne Zvjezdan Misimoviæ, nato in Germania da genitori serbo-bosniaci, e con una lunga militanza in diverse squadre della Bundesliga. Voci dalla diaspora. "La qualificazione mondiale – dichiara al Sir Fatima Neimarlija, responsabile della Comunità di Bosnia-Erzegovina a Roma – è un fatto che va oltre lo sport. Si tratta di una Nazionale multietnica, multireligiosa e giovane. Ragazzi che vivono all’estero da molti anni ma che si sentono legati al loro Paese e a quella società". Un particolare che ha fatto gioire particolarmente anche i bosniaci della diaspora, sparsi per il mondo. "Senz’altro – ammette Neimarlija – poiché la maggior parte dei giocatori è cresciuta in altri Paesi. Il fatto che questi ragazzi abbiano voluto vestire la casacca bosniaca è dunque un segno di unione e riconciliazione. Un fatto positivo di questi giovani calciatori che, pur vivendo lontani dal loro Paese d’origine, hanno voluto esprimere affetto e vicinanza ai loro coetanei di Bosnia-Erzegovina". "Il risultato sportivo sia di esempio anche in altri settori della società e aiuti l’unità del Paese", è l’augurio di monsignor Ivo Tomasevic, segretario generale della Conferenza episcopale di Bosnia-Erzegovina (Bkbih), che vede nel risultato sportivo un importante esempio da "esportare" in altri settori del vivere civile: "Spero che pian piano si possa costruire una vera unità non solo nel campo sportivo ma anche in quello sociale e politico. Lo sport ci ha insegnato oggi che è possibile una buona unione tra i diversi popoli della Bosnia-Erzegovina". Si è concluso martedì, intanto, il primo censimento dal dopoguerra (l’ultimo si tenne nel 1991) della popolazione del Paese. "La speranza – commenta Fatima Neimarlija – è che tutti vi abbiano aderito. Per poter camminare insieme con la grande famiglia europea a cui la Bosnia-Erzegovina appartiene, bisogna sapere quanti siamo".